SÌ, LO VOGLIO

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Per tutte le persone che si amano.

Per le donne che amano gli uomini.

Per gli uomini che amano le donne.

Per le donne che amano le donne.

Per gli uomini che amano gli uomini.

Per l’amore che è ciò che ci tiene al mondo.

Voglio una legge che riconosca pari dignità a tutte le unioni.

Voglio una legge che porti sicurezza giuridica

a tutte le bambine e tutti i bambini d’Italia.

Si, lo voglio.

http://www.silovoglio2016.com

 

La libertà vi prego sull’amore

 

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Poi ci sono le norme e le leggi.

Prima, invece, le persone e i sentimenti che le uniscono.  Donne e donne, uomini e uomini, donne e uomini.

Le storie d’amore, nelle migliori delle intenzioni, sono intessute dal desiderio di felicità, desiderio che prende forma           in un progetto famigliare e per molt* di esperienza genitoriale. E la ricerca della felicità è un diritto, punto. Questa   sembra l’unica lente attraverso la quale guardare a una società di donne e uomini liber*.

Dunque quando si parla di norme, il cui tema sono le relazioni d’amore tra le persone, noi diciamo sì.

Sì alla legge per le unioni civili tra due persone dello stesso sesso.

Sì al riconoscimento della convivenza di fatto tra persone dello stesso sesso o tra persone di sesso diverso.

Sì alla possibilità di adottare il figlio o la figlia del 
proprio compagno o della propria compagna. Qui però  vorremmo fosse aggiunta la possibilità di altre forme di adozione, finora non previste.

Sì alla possibilità della genitorialità per interposta madre, se gratuita, come dono, e non determinata e sottoposta da scambi economici.

Su quest’ultimo punto, ammettiamo che c’è stata tra noi una discussione intensa. Dovuta a una preoccupazione forte e alla certezza che il libero mercato si tradurrebbe in sfruttamento del corpo della donna.

Tuttavia, tutte siamo d’accordo sulla possibilità di offrire ad altr* la opportunità magnifica di essere madri e padri        grazie al corpo di una donna se lei lo vuole e lo sceglie.

Perché, questa è ancora una volta la prova del potere e della forza che le donne hanno, cioè quello di creare nuove vite, compreso la vita …. di una società. Più felice.

Licia Martella Lo Giudice

 

Sorella, fratello. Per Ilaria

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Fine anno, inizio di quello nuovo…giorni di ricordi, di conti con se stesse, di celebrazioni dei piccoli dolori, delle piccole gioie, e, per quest’anno, per molte/i, soprattutto di grandi sciagure. Ognuno almanacca con se stessa/o e con la storia, ripensa tra sé a chi l’ha colpita, a chi si ricorda. Io, se dovessi nominare la “mia” eroina del 2015, nominerei Ilaria Cucchi. C’è una qualità nella sua coriacea resistenza che mi pare caratteristica di una sorella. Misterioso legame, quello delle sorelle e fratelli. Si gioca, si cresce, si mangia insieme, ci si sbucciano le ginocchia sugli stessi sassi, ci si spia e si spia l’altro/a negli occhi della madre e del padre per confermarsi di essere amate/i e controllare di non esserlo meno. Si è, per il tempo dell’infanzia, stretti all’altro/a come non lo si sarà mai piu’ a nessuno. Stretti e scomodi. Ci si cozza coi gomiti, con gli zigomi, con le spalle, si cresce col rumore dell’altro/a addosso, con la sua ingombrante esistenza. Si è diverse/i, diversissime/i, ma all’inizio tu non lo vedi. Quella è tua sorella, quello è tuo fratello. Poi da grande invece vedi solo quello. Quanto siete diversi/e. Come un mistero, una delle piu’ grandi stranezze di diventare grandi, è vedere che tu sei tu e lui o lei è un’altra cosa; può capitare che davvero dove sta lui o lei è dove tu non starai mai. Ecco qua, sono grande, sono io, posso essere sola/o, non siamo più sempre noi. Vai, te ne vai. Però, in un battito d’ali, solo con loro fratelli e sorelle, puoi tornare: basta una parola, un sorriso, un gesto, il ticchettìo di un orologio in cucina, uno sospiro della madre. Anche da adulti, anche da lontani. Si capisce che Ilaria è come una pietra. Che non lo abbandonerà mai, suo fratello Stefano. E grazie a lei ci si ricorda, guardando i suoi occhi seri e determinati, che stare stretti e scomodi da piccoli e dover dividere lo spazio con un fratello o una sorella è una delle più grandi benedizioni della vita, il più solenne degli amori. Grazie, Ilaria Cucchi, grande sorella.

Francesca Comencini ( scritto il 5 gennaio)

Lo confesso

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Lo confesso, in quella marea umana, che le foto ci mostrano di questo esodo senza fine, io cerco loro, le donne. Le riconosco dal capo velato, quasi sempre un bambino in braccio. Sono pochissime.

Le cerco per sentire quel dolore speciale che nello stesso tempo mi perde e mi salva. Mi perde perché sento di non aver riparo, mi salva perché finalmente sono capace di piangere. C’è un momento in cui una donna si sente tutte le donne, è il momento in cui si ha la certezza di avere un’anima. E questo voglio sentirmi, voglio sentirmi un’anima addosso.

Troppa sofferenza per loro. Forse all’inizio del viaggio non avevano quel bambino, quel bambino è il dono della loro santità, abusate da tutti, violentate da tutti. Per loro il viaggio è infinitamente più duro. Mi piacerebbe sapere da ciascuna qual è stata la paura che le ha decise, ma anche la speranza che le ha spinte. Cosa sperano quelle donne, cosa stanno cercando? Cosa vogliono da me… e io cosa voglio da loro.

Quando vedo quelle donne occidentali che lavorano senza sosta per accogliere e consolare e organizzare, bravissime e instancabili, lo confesso penso che le donne siano più generose degli uomini, o per lo meno che la loro generosità abbia una qualità diversa, è veramente disinteressata e molto molto spericolata. Faccio poco, ma anche io mi metto tra loro, anche io dico sì al mondo che dovrà cambiare, anche io voglio aprire le porte a quel mondo che necessariamente dovrà essere nuovo.

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Spericolate perché? Perché noi donne siamo in prima linea, nessuno lo dice ma è così. Sembra brutto dirlo di fronte a tanta sofferenza ma è proprio così. La nostra libertà è ancora molto fragile e altamente imperfetta e quello che sta venendo verso di noi è una cultura che non è amica delle donne, con la quale dovremo costruire modi di stare insieme, costruire convivenza, inventare.

Ma allora perché? Perché rispondo sì? Rispondo per me: perché credo nella forza del bene. Il bene ha una forza immensa, può cambiare destini e vite. Se c’è un modo per celebrare il nostro essere al mondo è credere nel bene disinteressato. Da questa mia frase , capirete che sono laica.

Il bene disinteressato ha provocato non pochi misteri, quello delle donne americane per esempio che si sono battute per i diritti civili dei neri, ben prima di goderne loro stesse. E anche come dimenticare Simone Weil che propose una formazione di un corpo di infermiere di prima linea, lei era certa che alla vista di tanto coraggio e pietà, esibendo una pratica del bene assoluto, il nemico si sarebbe fatto vincere. De Gaulle la prese per matta e del suo progetto non se ne fece nulla.

Il mondo dovrà cambiare. Uomini e donne dovranno cambiare, i loro rapporti dovranno cambiare.

Ma non possiamo lasciarci trascinare solo dalla pietà e dalla commozione, ci vuole pensiero, ci vuole pensiero per trovare criteri nuovi per questo mondo nuovo.

A queste donne che arrivano non possiamo insegnare la libertà, in cui noi per altro siamo ancora maldestre, metterci a fare le maestrine dei diritti umani. Non è la libertà il criterio. Ci vuole qualcosa che davvero mi garantisca, garantisca tutte per un buon essere insieme, qualcosa di inedito alla storia, di inaudito.

L’allegria, si… L’allegria delle donne non è mai stata misura ma può esserlo. Sarà allora la loro allegria e la nostra che ci darà il segnale che stiamo facendo bene. Dovremo lavorare a questo. Io mi fido molto dell’allegria delle donne. Non mi fido dell’allegria degli uomini. Lo confesso. L’allegria delle donne è l’allegria di tutti, è espansa, espansiva, inoffensiva. L’allegria degli uomini, la storia ci insegna, troppo spesso è fatta di esclusioni e ha provocato molto dolore.

Alessandra Bocchetti

 

 

Attente al lupo

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C’è voluto un po’ di tempo per fare sedimentare tutto quello che ho letto sull’utero in affitto. E’ durata un mese o forse più la pioggia incessante di dichiarazioni, articoli, confessioni, condanne.

Lo so che l’espressione “utero in affitto” non fa piacere a alcune compagne e amiche, ma proprio di questo si tratta e penso che ogni alternativa a questa espressione, magari meno brutale, ci allontani dalla verità. Di tutto questo materiale non riesco a dimenticare un articolo apparso su La Repubblica che raccontava la perfetta efficienza per trovare uteri disponibili di una clinica californiana. Una rapida indagine sulle ragioni della scelta, più routinaria che necessaria, seguita dall’ascolto dei desiderata ed ecco subito l’utero buono saltava fuori da un fornitissimo database. Poi il contratto.

Si sa che il contratto, come strumento giuridico, testimonia reciproco consenso e con questo legittima, autorizza l’oggetto, senza la necessità di giustificazioni o la pretesa di raccontare storie ma spesso, soprattutto quando si parla di corpi umani Il contratto è sempre brutale, spesso è la legalizzazione di un sopruso, il suo alibi

Sono inciampata su due punti del contratto della clinica californiana. Il primo è che la donna o che l’uomo che richiedeva quella determinata prestazione poteva cambiare idea e poteva quindi decidere di fare abortire la donna che stava “lavorando” per lei/per lui. Il secondo è che nella scelta del soggetto disponibile la statistica diceva che erano di molto preferite le lesbiche, perché … il tutto risulta più pulito, nessuno sperma di “chi sa chi” può imbrattare, nessun cazzo può colpire ma neanche sfiorare il nostro bambino che sta crescendo. Tutto questo in cambio di denaro, molto denaro.

Se da una parte il denaro serve a chi non ne ha e questa potrebbe essere una giustificazione – ho sentito tante donne sostenere questo- dall’altra parte il denaro autorizza, tranquillizza, ti colloca in luogo certo e, nel profondo della coscienza, ti garantisce il perdono.

Si, questo mi ha fatto proprio orrore.

Per farla breve dico subito qual è la mia posizione in proposito. Se la scienza è riuscita a superare i limiti di un corpo umano, creando la possibilità di nuove relazioni, nuove dimensioni, non sarò certo io a dire di no. Il mio no non varrebbe nulla, avrebbe solo l’arroganza di un gesto impotente. Vorrei ragionare sì sulle condizioni.

Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti.

Non servirebbe contratto, solo un regolamento condiviso, chiaro e più semplice possibile. Ecco, tutto questo vorrei che fosse possibile e legale.

Da tutto questo resta tassativamente fuori il denaro, resta fuori il mercato del migliore offerente, il mercato delle carni più sode. Il mercato delle “fattrici”

Per l’utero in affitto ho soprattutto sentito dire “ è giusto”, “ è ingiusto” e sembra che tutti abbiano buone ragioni da difendere. Io non voglio parlare in termini di giustizia. Voglio invece immaginare, come potrebbe diventare il paese in cui vivo se venisse legalizzato il mercato dell’utero in affitto.

Sensali che battono le campagna alla ricerca di donne povere, e questo sarà soprattutto al sud, come una volta cercavano le balie da latte, giovani contadine che appena partorito erano costrette a lasciare il proprio bambino per andare a nutrirne un altro, figlio di signori. Dovevano avere un aspetto sano, forte, senza denti cariati o altre malattie accertate. Il sensale questo doveva garantire. E c’era un contratto ferreo tra le parti che garantiva alla balia uno stipendio, tanti metri di stoffa ogni anno, che andavano a vestire i bambini restati a casa, e un pezzo d’oro o di corallo. Interessante sarebbe studiare questi contratti, ma forse qualcuna l’ha già fatto.

Ma adesso con l’utero in affitto non si chiede solo latte, si chiede molto di più, si chiedono nove mesi di vita e l’occupazione di un corpo umano, un corpo che non potrà immaginare nulla sul bambino che ospita, come in una normale gravidanza perché il bambino che sente muovere, non sarà suo e quindi dovrà pensare a altro, ai cavoli suoi o non penserà, se pensare risultasse troppo doloroso.

Il mercato si organizzerebbe subito, non chiede altro. Il mercato è un lupo dinamico e pieno di immaginazione. Ci saranno delle “case di attesa” per garantire l’”acquirente” sulle condizioni igeniche necessarie e un nutrimento corretto delle donne fattrici? Case a 5 stelle, a 4, a 3, a 2 . In campagna, in città, al mare. I prezzi varieranno. Con i soldi si può fare quasi tutto.

Ci saranno delle visite mediche preventive molto serie, anamnesi severe per diventare fattrici? Ci saranno fattrici di serie A, di serie B, di serie C. Per chi fornirà anche l’ovulo, ci saranno parametri in più: le bionde, le brune, le alte, le bassette, le magre, le grassette, le coscia lunga, “come sono i piedi?, come sono le mani?” ma tutte dovranno essere sane e belle, si belle. Beh, sul fatto di dover essere belle, non ci dovrebbe scandalizzare più di tanto, perché la cultura a cui apparteniamo attraverso mille e mille segnali a partire dalla nascita ci ha fornito di una sorta di eugenetica interiore con cui ogni donna, o quasi, ha a che fare quotidianamente.

Ma adesso voglio dire la cosa che più mi sta a cuore, la vera ragione per cui sto scrivendo, e che non ho sentito dire da nessuno.

Le possibilità che la scienza oggi offre, sono a nostro favore, sono a favore delle donne. Se una giovane donna vuole far carriera congelerà i suoi ovuli dei vent’anni e deciderà poi, quando le converrà, di farne qualcosa di vivo, magari mai. Forse sarà l’azienda stessa ad offrirle questa opportunità, se la considerasse un elemento, dinamico, efficiente, creativo da non perdere. Forse non ci sarà più la necessità delle dimissioni in bianco perché il problema si risolverà così.

Noi vogliamo che le donne viaggino, studino, conoscano il mondo e le sue regole. Vogliamo che le donne governino, decidano. Per tutto questo oggi noi lasciamo i nostri bambini nelle mani di tate fidate, perché non potremmo lasciare anche i nostri bambini da far nascere nella pancia di una donna fidata? Avremo molto più tempo, potremo fare molte più cose. Saremo molto più libere.

Libere? Ma eccoci al punto. La libertà di cui stiamo parlando è la libertà di cui hanno goduto gli uomini da sempre. Senza bambini, senza panni caldi, senza nausee, senza latte, senza mestruazioni, il corpo maschile ha rappresentato la perfezione per secoli e secoli. E’ questa libertà che vogliamo? Ci deve essere ben chiaro quello che sta succedendo: si sta appannando il fronte della differenza con gli uomini e si sta rafforzando come non mai il fronte della differenza tra donne ricche e donne povere. Questo è il mondo in cui ci piace vivere? E’ questo quello che vogliamo?

Ce lo dobbiamo proprio chiedere a questo punto, perché questa faccenda è solo nelle nostre mani. Dipenderà da noi. Gli uomini c’entrano poco e niente, potranno dare una parere, un giudizio, una minaccia, una condanna, ma il corpo delle donne è delle donne soprattutto oggi e sono le donne che faranno o non faranno, che sceglieranno o rifiuteranno.

Perché soprattutto oggi? Le donne sono soggetti centrali della società, non esiste società senza donne, sono sempre state centrali, da che mondo è mondo, ma ora sono libere come non lo erano fino a poco tempo fa. Ora sono centrali e libere. E’ questa la grande novità.

Che scherzo! noi donne che fino ieri non sapevamo che fosse la libertà, che fino a ieri la nostra parola non valeva neanche per una testimonianza. Tocca a noi decidere se continuiamo a cadere nella libertà degli uomini o a pensare che forse è ora possibile governare con un’altra idea di libertà, la libertà come la pensano le donne.

Come pensano le donne la libertà? Come amano vivere? Cosa è per loro una buona vita? Su questo dovremo chiamarci a lavorare e dirci le cose più chiaramente. Vogliamo ancora schiavi e padroni? Vogliamo che sia il denaro il medium universale? Vogliamo che sia il potere a fare ordine nel mondo? Vogliamo che sia la forza la ragione di ogni vittoria? Dovremo rispondere a queste domande. Ma queste risposte non le potremo trovare che nella nostra storia e non nella sua cancellazione.

Spesso mi chiedono cosa è una donna, rispondo sempre che non lo so. Non so cosa sia una donna, ma so perfettamente che ne ha fatto la storia: un soggetto fortissimo che ne ha passate tante e che sta ancora in piedi. Io continuo a investirci le mie speranze, ma forse chissà il mercato riuscirà là dove gli uomini della storia non sono riusciti e si mangerà anche loro.

Alessandra Bocchetti

 

Aderiamo alla Marcia delle Donne e degli Uomini scalzi. 11 settembre 2015.

sahel_salgadoDonne e uomini scalzi si affiancano alle loro sorelle e fratelli che chiedono di muoversi liberi in un mondo di pace, come è loro diritto inalienabile. Nelle filosofie e nelle religioni di cui siamo portatori ed eredi in Europa, non c’è nulla che ci consenta di incatenare un essere umano al luogo in cui è nato, contro la sua volontà. E’ su questo fondamento che nasce la libertà delle donne e degli uomini.

Un bambino morto su una spiaggia, migliaia di morti in mare per sfuggire alle bombe, fili spinati, marchi da bestie, tutto questo ci chiama in causa come esseri umani e come donne libere e uomini liberi amici delle donne.Se Non Ora Quando chiede che vengano riconosciuti i diritti umani, di donne e di uomini, di tutti coloro che nascono sul pianeta.  Aderisce e partecipa perciò convintamente in tutte le città, alla MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI lanciata da Venezia.

Condividiamo il dolore delle donne costrette ad abbandonare la loro casa, che hanno visto morire i loro cari. Le accoglieremo e le aiuteremo come meglio possiamo.

Mi è capitato di essere felice

Di Francesca Comencini.  Domenica, 19 Aprile 2015

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Mi è capitato di essere felice, in questa giornata. Di godere delle cose della vita, della mia vita di donna non più giovane che ha imparato ad accontentarsi e cerca di non giudicare, che si è addolcita e non sogna ogni minuto di cambiare il mondo. Sono stata felice di avere amici, di stare stesa su un prato, di guardare le margheritine, di bere un bicchiere di vino, di sentire il venticello sulla faccia, di essere accolta dal sorriso di mia figlia.

Sì, con gli anni il tempo rimasto si riduce e questo suo scorciarsi illumina di più intensa meraviglia ogni piccola cosa e dunque anche oggi, in questa domenica di aprile, mi è capitato di essere felice. Sapevo, avevo avuto la notizia, eppure lo stesso ho continuato la mia giornata e mi ha persino colto la felicità. Una felicità piccola quanto smisurata, così incongrua di fronte alla notizia di settecento, forse novecento persone, donne, uomini, bambini, morti annegati nel canale di Sicilia.

Ora che è notte, che sono sola, mi assale l’idea del terrore, dell’acqua che entra nei polmoni, immagino la mano di tuo figlio che ti sfugge, il silenzio, lo stordimento. Il tuo bambino e la tua bambina stanno morendo accanto a te e tu stai morendo con loro. C’è il suono delle bollicine dei loro fiati sott’acqua poi uno squillo acutissimo poi i timpani scoppiano tu non sai nuotare, neanche loro. L’acqua, tutta quell’acqua, fredda, improvvisa, salata, ti chiude la bocca, ti riempie i polmoni, ti soffoca, ti gela, ti stordisce. Immagino, questo solo posso fare, non so quanto ci si metta a morire annegati. Posso solo immaginare, in base alle sensazioni che conosco, tratte da una delle cose che mi rende più felice al mondo, nuotare nel mare. Che distorsione di ogni felicità: un prisma deformante ha reso quel mare in cui ho nuotato ogni anno da quando sono nata un luogo di orrore: il mare, il meraviglioso mare Mediterraneo ormai è fossa comune, sangue nero che circola nelle vene del continente, dalla Sicilia al Capo Nord e lo irrora tutto di veleno e di vergogna.

Ora che è notte cerco di trovare un modo di pensare a loro che in quel mare sono morti, di pensarci davvero e non in modo irreale, e l’unico modo che trovo è questo, da madre. Pensare alle mie creature, a come le ho viste nascere e succhiare, accigliarsi e sorridere, cantare e sospirare, a quella prepotente e complicatissima forma che è la vita umana e che io so cos’è perché da me sono nate tre creature e io lo so, cos’è, la vita, loro spingevano nella pancia e all’improvviso ho visto per la prima volta la loro faccia sorgere dalle acque del cosmo, singolare, unica, irripetibile, così complicata eppure offerta nuda di getto ai miei occhi, misteriosa e infinita, e io lo so, cazzo, lo so, lo so cos’è la vita umana e allora pensandoci così mi dico che è lì in quelle acque mie materne che posso forse far stare loro che sono morti nelle acque del nostro mare e che non hanno un nome, non una faccia, non una storia che io possa conoscere davvero, solo le generiche e talvolta orribili parole dei giornali, devo attaccarmi a questo, alle acque del mio corpo per riuscire anche solo a immaginare loro che sono morti e per trovare un pianto, una parola, un silenzio, un vomito, un singhiozzo, una preghiera, per riuscire a chiedere perdono a loro e a chi li amava, per trovare la forza di incazzarmi ancora, di nuovo, ché anche se il tempo rimasto non è molto, se sono vecchia e ho dovuto imparare a essere docile, affanculo, questo mondo va cambiato e chi ci ha fatto credere che non era così si sbagliava di grosso, perché ora, mentre scrivo, in fondo al mare quei bambini, quelle donne e quegli uomini se li stanno mangiando gli squali, e se anche noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.