La donna che cambiò le regole dello sport

 

 

“Se rimpiango di non aver avuto figli? No… ogni volta che vado fuori e vedo una donna correre penso:                  “ è una delle mie”. Ho un paio di milioni di donne che sono mie figlie.

1967, Kathrine Switzer corre la Maratona di Boston da sempre vietata alle donne e cambia la Storia dello sport.

Oggi sembra incredibile, ma solo cinquant’anni fa alle donne non era permesso iscriversi. Non erano ammesse perché giudicate inadatte a correre lunghe distanze.  Bisogna aspettare il 1984 (!) perché le atlete possano partecipare alle Olimpiadi nella specialità della Maratona.  Ce ne ha messo il mondo a mettersi al passo!

Switzer, dunque, infrange le regole e, una volta rotti gli argini delle convezioni, sulla scena mondiale si riversa un fiume inarrestabile di atlete e campionesse.  Anche negli sport vietati perché considerati virili, come il basket, il calcio, il rugby.

La mattina del cambiamento.

È 19 aprile 1967. Nevica, c’è un freddo che stacca le orecchie, eppure Switzer, che all’epoca ha vent’anni, è preoccupata (dice nella sua biografia) di come apparirà sulla pista. Si mette il rossetto, gli orecchini.

Quando il fidanzato Tom le dice “Accidenti hai il rossetto!”

Lei ribatte: “Lo metto sempre, che problema c’è?”

Qualcuno potrebbe notare che sei una ragazza e impedirti di correre”.

Non mi toglierò il rossetto!”

Figuriamoci se si fa intimidire da un’eventualità come questa. Del resto qualche mese prima aveva convinto Arnie il suo allenatore a farla partecipare alla corsa. Continua a leggere

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E non sono forse io una donna?

sujourner truth-1Sojourner Truth nasce a 46 anni, nel 1843.
È l’anno in cui sceglie per se stessa questo nuovo nome- invece del precedente Isabella Baumfree-. Ed è anche l’anno in cui decide di dedicare la sua vita all’abolizione della schiavitù.

Già, perché lei prima era “Belle”, una schiava. Non si conosce la sua data di nascita, perché per i bambini nati schiavi non era prevista la registrazione, come fossero bestiame. Comunque, secondo gli storici, è più o meno il 1797.

A 9 anni, Belle viene venduta all’asta, insieme a un gregge di pecore, per 100 dollari. Il suo padrone, come ricorda nelle sue memorie, è un uomo violento e brutale. Ma non è finita qui. Viene rivenduta altre due volte, prima di finire a West Park, New York, a lavorare per il nuovo e ultimo proprietario. In questo periodo impara l’inglese, anche se manterrà per sempre l’accento fiammingo, sua prima lingua.

L’amore? Vietato!
A 18 anni Belle si innamora di Robert, schiavo in un’altra fattoria della zona. Dalla loro unione nasce una figlia, Diana, ma la notizia è incerta. Comunque sia, il padrone di Robert, proibisce la relazione, perché i figli della coppia sono destinati a diventare tutti proprietà del padrone di Belle, e non sua. Con i neri è così, è come avere un allevamento di esseri umani. Più ne hai, più sei ricco. Questione di profitti, insomma.
Robert e Belle non si vedono più.
Come sarà stato sentirsi vietare il diritto a desiderare? Niente più carezze, niente più momenti rubati dopo una giornata di lavoro, a dirsi quelle sciocchezze così preziose che si scambiano le coppie. Niente più Robert.
Il padrone di Belle la costringe a sposare un suo schiavo, più vecchio, e dal matrimonio nascono tre figli (o quattro?). Peter, Elizabeth e Sophia sono i nomi che ricorrono nei testi di Storia.
Impossibile non pensare a Toni Morrison, scrittrice afroamericana, premio Nobel nel 1993. Nei suoi libri, in particolare in Amatissima, riesce a raccontarci cosa voleva dire nascere e vivere schiavi. La mostruosa mancanza di identità, il sentirsi considerati animali, le emozioni contradditorie della libertà.

Quasi libera
Lo Stato di New York, dove lavora Belle, abolisce la schiavitù nel 1827.
Tuttavia, nonostante la legge, i proprietari possono sempre trovare cavilli per prolungare lo stato di schiavitù. Esattamente quello che succede a Belle.
Quando il padrone rinnega la promessa di lasciarla libera, lei non ci sta. Fugge con la figlia più piccola, lasciando dietro di sé gli altri. Chissà che strazio sarà stato abbandonare i bambini. Cosa avrà pensato Belle? Sono più grandicelli, se la caveranno… tornerò a prenderli? Continua a leggere

SÌ, LO VOGLIO

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Per tutte le persone che si amano.

Per le donne che amano gli uomini.

Per gli uomini che amano le donne.

Per le donne che amano le donne.

Per gli uomini che amano gli uomini.

Per l’amore che è ciò che ci tiene al mondo.

Voglio una legge che riconosca pari dignità a tutte le unioni.

Voglio una legge che porti sicurezza giuridica

a tutte le bambine e tutti i bambini d’Italia.

Si, lo voglio.

http://www.silovoglio2016.com

 

La libertà vi prego sull’amore

 

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Poi ci sono le norme e le leggi.

Prima, invece, le persone e i sentimenti che le uniscono.  Donne e donne, uomini e uomini, donne e uomini.

Le storie d’amore, nelle migliori delle intenzioni, sono intessute dal desiderio di felicità, desiderio che prende forma           in un progetto famigliare e per molt* di esperienza genitoriale. E la ricerca della felicità è un diritto, punto. Questa   sembra l’unica lente attraverso la quale guardare a una società di donne e uomini liber*.

Dunque quando si parla di norme, il cui tema sono le relazioni d’amore tra le persone, noi diciamo sì.

Sì alla legge per le unioni civili tra due persone dello stesso sesso.

Sì al riconoscimento della convivenza di fatto tra persone dello stesso sesso o tra persone di sesso diverso.

Sì alla possibilità di adottare il figlio o la figlia del 
proprio compagno o della propria compagna. Qui però  vorremmo fosse aggiunta la possibilità di altre forme di adozione, finora non previste.

Sì alla possibilità della genitorialità per interposta madre, se gratuita, come dono, e non determinata e sottoposta da scambi economici.

Su quest’ultimo punto, ammettiamo che c’è stata tra noi una discussione intensa. Dovuta a una preoccupazione forte e alla certezza che il libero mercato si tradurrebbe in sfruttamento del corpo della donna.

Tuttavia, tutte siamo d’accordo sulla possibilità di offrire ad altr* la opportunità magnifica di essere madri e padri        grazie al corpo di una donna se lei lo vuole e lo sceglie.

Perché, questa è ancora una volta la prova del potere e della forza che le donne hanno, cioè quello di creare nuove vite, compreso la vita …. di una società. Più felice.

Licia Martella Lo Giudice

 

Sorella, fratello. Per Ilaria

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Fine anno, inizio di quello nuovo…giorni di ricordi, di conti con se stesse, di celebrazioni dei piccoli dolori, delle piccole gioie, e, per quest’anno, per molte/i, soprattutto di grandi sciagure. Ognuno almanacca con se stessa/o e con la storia, ripensa tra sé a chi l’ha colpita, a chi si ricorda. Io, se dovessi nominare la “mia” eroina del 2015, nominerei Ilaria Cucchi. C’è una qualità nella sua coriacea resistenza che mi pare caratteristica di una sorella. Misterioso legame, quello delle sorelle e fratelli. Si gioca, si cresce, si mangia insieme, ci si sbucciano le ginocchia sugli stessi sassi, ci si spia e si spia l’altro/a negli occhi della madre e del padre per confermarsi di essere amate/i e controllare di non esserlo meno. Si è, per il tempo dell’infanzia, stretti all’altro/a come non lo si sarà mai piu’ a nessuno. Stretti e scomodi. Ci si cozza coi gomiti, con gli zigomi, con le spalle, si cresce col rumore dell’altro/a addosso, con la sua ingombrante esistenza. Si è diverse/i, diversissime/i, ma all’inizio tu non lo vedi. Quella è tua sorella, quello è tuo fratello. Poi da grande invece vedi solo quello. Quanto siete diversi/e. Come un mistero, una delle piu’ grandi stranezze di diventare grandi, è vedere che tu sei tu e lui o lei è un’altra cosa; può capitare che davvero dove sta lui o lei è dove tu non starai mai. Ecco qua, sono grande, sono io, posso essere sola/o, non siamo più sempre noi. Vai, te ne vai. Però, in un battito d’ali, solo con loro fratelli e sorelle, puoi tornare: basta una parola, un sorriso, un gesto, il ticchettìo di un orologio in cucina, uno sospiro della madre. Anche da adulti, anche da lontani. Si capisce che Ilaria è come una pietra. Che non lo abbandonerà mai, suo fratello Stefano. E grazie a lei ci si ricorda, guardando i suoi occhi seri e determinati, che stare stretti e scomodi da piccoli e dover dividere lo spazio con un fratello o una sorella è una delle più grandi benedizioni della vita, il più solenne degli amori. Grazie, Ilaria Cucchi, grande sorella.

Francesca Comencini ( scritto il 5 gennaio)

Lo confesso

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Lo confesso, in quella marea umana, che le foto ci mostrano di questo esodo senza fine, io cerco loro, le donne. Le riconosco dal capo velato, quasi sempre un bambino in braccio. Sono pochissime.

Le cerco per sentire quel dolore speciale che nello stesso tempo mi perde e mi salva. Mi perde perché sento di non aver riparo, mi salva perché finalmente sono capace di piangere. C’è un momento in cui una donna si sente tutte le donne, è il momento in cui si ha la certezza di avere un’anima. E questo voglio sentirmi, voglio sentirmi un’anima addosso.

Troppa sofferenza per loro. Forse all’inizio del viaggio non avevano quel bambino, quel bambino è il dono della loro santità, abusate da tutti, violentate da tutti. Per loro il viaggio è infinitamente più duro. Mi piacerebbe sapere da ciascuna qual è stata la paura che le ha decise, ma anche la speranza che le ha spinte. Cosa sperano quelle donne, cosa stanno cercando? Cosa vogliono da me… e io cosa voglio da loro.

Quando vedo quelle donne occidentali che lavorano senza sosta per accogliere e consolare e organizzare, bravissime e instancabili, lo confesso penso che le donne siano più generose degli uomini, o per lo meno che la loro generosità abbia una qualità diversa, è veramente disinteressata e molto molto spericolata. Faccio poco, ma anche io mi metto tra loro, anche io dico sì al mondo che dovrà cambiare, anche io voglio aprire le porte a quel mondo che necessariamente dovrà essere nuovo.

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Spericolate perché? Perché noi donne siamo in prima linea, nessuno lo dice ma è così. Sembra brutto dirlo di fronte a tanta sofferenza ma è proprio così. La nostra libertà è ancora molto fragile e altamente imperfetta e quello che sta venendo verso di noi è una cultura che non è amica delle donne, con la quale dovremo costruire modi di stare insieme, costruire convivenza, inventare.

Ma allora perché? Perché rispondo sì? Rispondo per me: perché credo nella forza del bene. Il bene ha una forza immensa, può cambiare destini e vite. Se c’è un modo per celebrare il nostro essere al mondo è credere nel bene disinteressato. Da questa mia frase , capirete che sono laica.

Il bene disinteressato ha provocato non pochi misteri, quello delle donne americane per esempio che si sono battute per i diritti civili dei neri, ben prima di goderne loro stesse. E anche come dimenticare Simone Weil che propose una formazione di un corpo di infermiere di prima linea, lei era certa che alla vista di tanto coraggio e pietà, esibendo una pratica del bene assoluto, il nemico si sarebbe fatto vincere. De Gaulle la prese per matta e del suo progetto non se ne fece nulla.

Il mondo dovrà cambiare. Uomini e donne dovranno cambiare, i loro rapporti dovranno cambiare.

Ma non possiamo lasciarci trascinare solo dalla pietà e dalla commozione, ci vuole pensiero, ci vuole pensiero per trovare criteri nuovi per questo mondo nuovo.

A queste donne che arrivano non possiamo insegnare la libertà, in cui noi per altro siamo ancora maldestre, metterci a fare le maestrine dei diritti umani. Non è la libertà il criterio. Ci vuole qualcosa che davvero mi garantisca, garantisca tutte per un buon essere insieme, qualcosa di inedito alla storia, di inaudito.

L’allegria, si… L’allegria delle donne non è mai stata misura ma può esserlo. Sarà allora la loro allegria e la nostra che ci darà il segnale che stiamo facendo bene. Dovremo lavorare a questo. Io mi fido molto dell’allegria delle donne. Non mi fido dell’allegria degli uomini. Lo confesso. L’allegria delle donne è l’allegria di tutti, è espansa, espansiva, inoffensiva. L’allegria degli uomini, la storia ci insegna, troppo spesso è fatta di esclusioni e ha provocato molto dolore.

Alessandra Bocchetti

 

 

Attente al lupo

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C’è voluto un po’ di tempo per fare sedimentare tutto quello che ho letto sull’utero in affitto. E’ durata un mese o forse più la pioggia incessante di dichiarazioni, articoli, confessioni, condanne.

Lo so che l’espressione “utero in affitto” non fa piacere a alcune compagne e amiche, ma proprio di questo si tratta e penso che ogni alternativa a questa espressione, magari meno brutale, ci allontani dalla verità. Di tutto questo materiale non riesco a dimenticare un articolo apparso su La Repubblica che raccontava la perfetta efficienza per trovare uteri disponibili di una clinica californiana. Una rapida indagine sulle ragioni della scelta, più routinaria che necessaria, seguita dall’ascolto dei desiderata ed ecco subito l’utero buono saltava fuori da un fornitissimo database. Poi il contratto.

Si sa che il contratto, come strumento giuridico, testimonia reciproco consenso e con questo legittima, autorizza l’oggetto, senza la necessità di giustificazioni o la pretesa di raccontare storie ma spesso, soprattutto quando si parla di corpi umani Il contratto è sempre brutale, spesso è la legalizzazione di un sopruso, il suo alibi

Sono inciampata su due punti del contratto della clinica californiana. Il primo è che la donna o che l’uomo che richiedeva quella determinata prestazione poteva cambiare idea e poteva quindi decidere di fare abortire la donna che stava “lavorando” per lei/per lui. Il secondo è che nella scelta del soggetto disponibile la statistica diceva che erano di molto preferite le lesbiche, perché … il tutto risulta più pulito, nessuno sperma di “chi sa chi” può imbrattare, nessun cazzo può colpire ma neanche sfiorare il nostro bambino che sta crescendo. Tutto questo in cambio di denaro, molto denaro.

Se da una parte il denaro serve a chi non ne ha e questa potrebbe essere una giustificazione – ho sentito tante donne sostenere questo- dall’altra parte il denaro autorizza, tranquillizza, ti colloca in luogo certo e, nel profondo della coscienza, ti garantisce il perdono.

Si, questo mi ha fatto proprio orrore.

Per farla breve dico subito qual è la mia posizione in proposito. Se la scienza è riuscita a superare i limiti di un corpo umano, creando la possibilità di nuove relazioni, nuove dimensioni, non sarò certo io a dire di no. Il mio no non varrebbe nulla, avrebbe solo l’arroganza di un gesto impotente. Vorrei ragionare sì sulle condizioni.

Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti.

Non servirebbe contratto, solo un regolamento condiviso, chiaro e più semplice possibile. Ecco, tutto questo vorrei che fosse possibile e legale.

Da tutto questo resta tassativamente fuori il denaro, resta fuori il mercato del migliore offerente, il mercato delle carni più sode. Il mercato delle “fattrici”

Per l’utero in affitto ho soprattutto sentito dire “ è giusto”, “ è ingiusto” e sembra che tutti abbiano buone ragioni da difendere. Io non voglio parlare in termini di giustizia. Voglio invece immaginare, come potrebbe diventare il paese in cui vivo se venisse legalizzato il mercato dell’utero in affitto.

Sensali che battono le campagna alla ricerca di donne povere, e questo sarà soprattutto al sud, come una volta cercavano le balie da latte, giovani contadine che appena partorito erano costrette a lasciare il proprio bambino per andare a nutrirne un altro, figlio di signori. Dovevano avere un aspetto sano, forte, senza denti cariati o altre malattie accertate. Il sensale questo doveva garantire. E c’era un contratto ferreo tra le parti che garantiva alla balia uno stipendio, tanti metri di stoffa ogni anno, che andavano a vestire i bambini restati a casa, e un pezzo d’oro o di corallo. Interessante sarebbe studiare questi contratti, ma forse qualcuna l’ha già fatto.

Ma adesso con l’utero in affitto non si chiede solo latte, si chiede molto di più, si chiedono nove mesi di vita e l’occupazione di un corpo umano, un corpo che non potrà immaginare nulla sul bambino che ospita, come in una normale gravidanza perché il bambino che sente muovere, non sarà suo e quindi dovrà pensare a altro, ai cavoli suoi o non penserà, se pensare risultasse troppo doloroso.

Il mercato si organizzerebbe subito, non chiede altro. Il mercato è un lupo dinamico e pieno di immaginazione. Ci saranno delle “case di attesa” per garantire l’”acquirente” sulle condizioni igeniche necessarie e un nutrimento corretto delle donne fattrici? Case a 5 stelle, a 4, a 3, a 2 . In campagna, in città, al mare. I prezzi varieranno. Con i soldi si può fare quasi tutto.

Ci saranno delle visite mediche preventive molto serie, anamnesi severe per diventare fattrici? Ci saranno fattrici di serie A, di serie B, di serie C. Per chi fornirà anche l’ovulo, ci saranno parametri in più: le bionde, le brune, le alte, le bassette, le magre, le grassette, le coscia lunga, “come sono i piedi?, come sono le mani?” ma tutte dovranno essere sane e belle, si belle. Beh, sul fatto di dover essere belle, non ci dovrebbe scandalizzare più di tanto, perché la cultura a cui apparteniamo attraverso mille e mille segnali a partire dalla nascita ci ha fornito di una sorta di eugenetica interiore con cui ogni donna, o quasi, ha a che fare quotidianamente.

Ma adesso voglio dire la cosa che più mi sta a cuore, la vera ragione per cui sto scrivendo, e che non ho sentito dire da nessuno.

Le possibilità che la scienza oggi offre, sono a nostro favore, sono a favore delle donne. Se una giovane donna vuole far carriera congelerà i suoi ovuli dei vent’anni e deciderà poi, quando le converrà, di farne qualcosa di vivo, magari mai. Forse sarà l’azienda stessa ad offrirle questa opportunità, se la considerasse un elemento, dinamico, efficiente, creativo da non perdere. Forse non ci sarà più la necessità delle dimissioni in bianco perché il problema si risolverà così.

Noi vogliamo che le donne viaggino, studino, conoscano il mondo e le sue regole. Vogliamo che le donne governino, decidano. Per tutto questo oggi noi lasciamo i nostri bambini nelle mani di tate fidate, perché non potremmo lasciare anche i nostri bambini da far nascere nella pancia di una donna fidata? Avremo molto più tempo, potremo fare molte più cose. Saremo molto più libere.

Libere? Ma eccoci al punto. La libertà di cui stiamo parlando è la libertà di cui hanno goduto gli uomini da sempre. Senza bambini, senza panni caldi, senza nausee, senza latte, senza mestruazioni, il corpo maschile ha rappresentato la perfezione per secoli e secoli. E’ questa libertà che vogliamo? Ci deve essere ben chiaro quello che sta succedendo: si sta appannando il fronte della differenza con gli uomini e si sta rafforzando come non mai il fronte della differenza tra donne ricche e donne povere. Questo è il mondo in cui ci piace vivere? E’ questo quello che vogliamo?

Ce lo dobbiamo proprio chiedere a questo punto, perché questa faccenda è solo nelle nostre mani. Dipenderà da noi. Gli uomini c’entrano poco e niente, potranno dare una parere, un giudizio, una minaccia, una condanna, ma il corpo delle donne è delle donne soprattutto oggi e sono le donne che faranno o non faranno, che sceglieranno o rifiuteranno.

Perché soprattutto oggi? Le donne sono soggetti centrali della società, non esiste società senza donne, sono sempre state centrali, da che mondo è mondo, ma ora sono libere come non lo erano fino a poco tempo fa. Ora sono centrali e libere. E’ questa la grande novità.

Che scherzo! noi donne che fino ieri non sapevamo che fosse la libertà, che fino a ieri la nostra parola non valeva neanche per una testimonianza. Tocca a noi decidere se continuiamo a cadere nella libertà degli uomini o a pensare che forse è ora possibile governare con un’altra idea di libertà, la libertà come la pensano le donne.

Come pensano le donne la libertà? Come amano vivere? Cosa è per loro una buona vita? Su questo dovremo chiamarci a lavorare e dirci le cose più chiaramente. Vogliamo ancora schiavi e padroni? Vogliamo che sia il denaro il medium universale? Vogliamo che sia il potere a fare ordine nel mondo? Vogliamo che sia la forza la ragione di ogni vittoria? Dovremo rispondere a queste domande. Ma queste risposte non le potremo trovare che nella nostra storia e non nella sua cancellazione.

Spesso mi chiedono cosa è una donna, rispondo sempre che non lo so. Non so cosa sia una donna, ma so perfettamente che ne ha fatto la storia: un soggetto fortissimo che ne ha passate tante e che sta ancora in piedi. Io continuo a investirci le mie speranze, ma forse chissà il mercato riuscirà là dove gli uomini della storia non sono riusciti e si mangerà anche loro.

Alessandra Bocchetti