Nel cognome di mia figlia

di Elisabetta Addis su La 27esima Ora 27 gennaio 2014

addisMia figlia ha due passaporti, entrambi validi. Uno statunitense e uno italiano. Sul passaporto americano c’è scritto Marina Katharine Addis, su quello italiano Marina Katharine Waldmann. La foto è la stessa, come pure la data e il luogo di nascita, Boston 12 maggio 1989. Da molto tempo desidero raccontare la storia di come si è venuta a creare questa situazione assurda. È la storia di una mia sconfitta personale, ma è anche la storia della sconfitta della sinistra italiana e con essa dell’intero ceto politico italiano. È la storia del rifiuto del ceto politico italiano ad includere le donne nella polis. Da quando la prima ministra della Pari Opportunità, Anna Finocchiaro, nel 1996, ha annunciato che quella del cognome della madre sarebbe stata una delle prime leggi da lei proposte; a quando, oggi, quasi venti anni dopo, la Corte europea ha condannato l’Italia per il fatto di continuare a negare ai suoi figli e figlie il diritto di portare il cognome della madre, e alle sue donne di trasmettere il proprio cognome. Continua a leggere

Giù le mani dalla mia puttana: la Francia e il neoproibizionismo

di Giorgia Serughetti su Donneuropa.it

giorgia_serughetti_3“Touche Pas à Ma Pute”: giù le mani dalla mia puttana. In un dibattito che si riproduce senza grandi variazioni da quasi mezzo secolo tra chi vorrebbe abolire la prostituzione e chi invece vorrebbe legalizzarla, gli uomini che pagano per il sesso prendono la parola. Ed è questa la novità. Succede in Francia, dove un manifesto di 343 bastardi (343 salauds), gruppo di intellettuali guidati dallo scrittore e pubblicitario Frédéric Beigbeder, dà voce alla protesta maschile contro il disegno di legge neo-proibizionista promosso dalla ministra Najat Vallaud-Belkacem.

Il tentativo (certamente in parte riuscito, data la risonanza che ha avuto sulla stampa internazionale) è quello di rendere “rispettabile” la difesa maschile della prostituzione: la celebrazione della libertà sessuale, per donne e uomini, prende il posto dei proclami conservatori cui tanto siamo avvezzi nell’asfittica sfera pubblica italiana. Ma il linguaggio nuovo di Beigbeder e compagni riesce solo in parte a rimuovere l’impressione che siamo di fronte alla riedizione di un’antica resistenza maschile.

Pensiamo al claim della campagna, che vorrebbe richiamare quel “Touche Pas à Mon Pote“, giù le mani dal mio amico, storico slogan dell’organizzazione SOS Racisme (la quale però ha già dichiarato di non approvare la trovata, perché “il diritto degli uomini al sesso a pagamento non è un diritto fondamentale”). Come non notare la diversa semantica di quel “mia” quando si parla della “mia puttana”? Continua a leggere