La libertà vi prego sull’amore

 

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Poi ci sono le norme e le leggi.

Prima, invece, le persone e i sentimenti che le uniscono.  Donne e donne, uomini e uomini, donne e uomini.

Le storie d’amore, nelle migliori delle intenzioni, sono intessute dal desiderio di felicità, desiderio che prende forma           in un progetto famigliare e per molt* di esperienza genitoriale. E la ricerca della felicità è un diritto, punto. Questa   sembra l’unica lente attraverso la quale guardare a una società di donne e uomini liber*.

Dunque quando si parla di norme, il cui tema sono le relazioni d’amore tra le persone, noi diciamo sì.

Sì alla legge per le unioni civili tra due persone dello stesso sesso.

Sì al riconoscimento della convivenza di fatto tra persone dello stesso sesso o tra persone di sesso diverso.

Sì alla possibilità di adottare il figlio o la figlia del 
proprio compagno o della propria compagna. Qui però  vorremmo fosse aggiunta la possibilità di altre forme di adozione, finora non previste.

Sì alla possibilità della genitorialità per interposta madre, se gratuita, come dono, e non determinata e sottoposta da scambi economici.

Su quest’ultimo punto, ammettiamo che c’è stata tra noi una discussione intensa. Dovuta a una preoccupazione forte e alla certezza che il libero mercato si tradurrebbe in sfruttamento del corpo della donna.

Tuttavia, tutte siamo d’accordo sulla possibilità di offrire ad altr* la opportunità magnifica di essere madri e padri        grazie al corpo di una donna se lei lo vuole e lo sceglie.

Perché, questa è ancora una volta la prova del potere e della forza che le donne hanno, cioè quello di creare nuove vite, compreso la vita …. di una società. Più felice.

Licia Martella Lo Giudice

 

Sorella, fratello. Per Ilaria

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Fine anno, inizio di quello nuovo…giorni di ricordi, di conti con se stesse, di celebrazioni dei piccoli dolori, delle piccole gioie, e, per quest’anno, per molte/i, soprattutto di grandi sciagure. Ognuno almanacca con se stessa/o e con la storia, ripensa tra sé a chi l’ha colpita, a chi si ricorda. Io, se dovessi nominare la “mia” eroina del 2015, nominerei Ilaria Cucchi. C’è una qualità nella sua coriacea resistenza che mi pare caratteristica di una sorella. Misterioso legame, quello delle sorelle e fratelli. Si gioca, si cresce, si mangia insieme, ci si sbucciano le ginocchia sugli stessi sassi, ci si spia e si spia l’altro/a negli occhi della madre e del padre per confermarsi di essere amate/i e controllare di non esserlo meno. Si è, per il tempo dell’infanzia, stretti all’altro/a come non lo si sarà mai piu’ a nessuno. Stretti e scomodi. Ci si cozza coi gomiti, con gli zigomi, con le spalle, si cresce col rumore dell’altro/a addosso, con la sua ingombrante esistenza. Si è diverse/i, diversissime/i, ma all’inizio tu non lo vedi. Quella è tua sorella, quello è tuo fratello. Poi da grande invece vedi solo quello. Quanto siete diversi/e. Come un mistero, una delle piu’ grandi stranezze di diventare grandi, è vedere che tu sei tu e lui o lei è un’altra cosa; può capitare che davvero dove sta lui o lei è dove tu non starai mai. Ecco qua, sono grande, sono io, posso essere sola/o, non siamo più sempre noi. Vai, te ne vai. Però, in un battito d’ali, solo con loro fratelli e sorelle, puoi tornare: basta una parola, un sorriso, un gesto, il ticchettìo di un orologio in cucina, uno sospiro della madre. Anche da adulti, anche da lontani. Si capisce che Ilaria è come una pietra. Che non lo abbandonerà mai, suo fratello Stefano. E grazie a lei ci si ricorda, guardando i suoi occhi seri e determinati, che stare stretti e scomodi da piccoli e dover dividere lo spazio con un fratello o una sorella è una delle più grandi benedizioni della vita, il più solenne degli amori. Grazie, Ilaria Cucchi, grande sorella.

Francesca Comencini ( scritto il 5 gennaio)

Lo confesso

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Lo confesso, in quella marea umana, che le foto ci mostrano di questo esodo senza fine, io cerco loro, le donne. Le riconosco dal capo velato, quasi sempre un bambino in braccio. Sono pochissime.

Le cerco per sentire quel dolore speciale che nello stesso tempo mi perde e mi salva. Mi perde perché sento di non aver riparo, mi salva perché finalmente sono capace di piangere. C’è un momento in cui una donna si sente tutte le donne, è il momento in cui si ha la certezza di avere un’anima. E questo voglio sentirmi, voglio sentirmi un’anima addosso.

Troppa sofferenza per loro. Forse all’inizio del viaggio non avevano quel bambino, quel bambino è il dono della loro santità, abusate da tutti, violentate da tutti. Per loro il viaggio è infinitamente più duro. Mi piacerebbe sapere da ciascuna qual è stata la paura che le ha decise, ma anche la speranza che le ha spinte. Cosa sperano quelle donne, cosa stanno cercando? Cosa vogliono da me… e io cosa voglio da loro.

Quando vedo quelle donne occidentali che lavorano senza sosta per accogliere e consolare e organizzare, bravissime e instancabili, lo confesso penso che le donne siano più generose degli uomini, o per lo meno che la loro generosità abbia una qualità diversa, è veramente disinteressata e molto molto spericolata. Faccio poco, ma anche io mi metto tra loro, anche io dico sì al mondo che dovrà cambiare, anche io voglio aprire le porte a quel mondo che necessariamente dovrà essere nuovo.

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Spericolate perché? Perché noi donne siamo in prima linea, nessuno lo dice ma è così. Sembra brutto dirlo di fronte a tanta sofferenza ma è proprio così. La nostra libertà è ancora molto fragile e altamente imperfetta e quello che sta venendo verso di noi è una cultura che non è amica delle donne, con la quale dovremo costruire modi di stare insieme, costruire convivenza, inventare.

Ma allora perché? Perché rispondo sì? Rispondo per me: perché credo nella forza del bene. Il bene ha una forza immensa, può cambiare destini e vite. Se c’è un modo per celebrare il nostro essere al mondo è credere nel bene disinteressato. Da questa mia frase , capirete che sono laica.

Il bene disinteressato ha provocato non pochi misteri, quello delle donne americane per esempio che si sono battute per i diritti civili dei neri, ben prima di goderne loro stesse. E anche come dimenticare Simone Weil che propose una formazione di un corpo di infermiere di prima linea, lei era certa che alla vista di tanto coraggio e pietà, esibendo una pratica del bene assoluto, il nemico si sarebbe fatto vincere. De Gaulle la prese per matta e del suo progetto non se ne fece nulla.

Il mondo dovrà cambiare. Uomini e donne dovranno cambiare, i loro rapporti dovranno cambiare.

Ma non possiamo lasciarci trascinare solo dalla pietà e dalla commozione, ci vuole pensiero, ci vuole pensiero per trovare criteri nuovi per questo mondo nuovo.

A queste donne che arrivano non possiamo insegnare la libertà, in cui noi per altro siamo ancora maldestre, metterci a fare le maestrine dei diritti umani. Non è la libertà il criterio. Ci vuole qualcosa che davvero mi garantisca, garantisca tutte per un buon essere insieme, qualcosa di inedito alla storia, di inaudito.

L’allegria, si… L’allegria delle donne non è mai stata misura ma può esserlo. Sarà allora la loro allegria e la nostra che ci darà il segnale che stiamo facendo bene. Dovremo lavorare a questo. Io mi fido molto dell’allegria delle donne. Non mi fido dell’allegria degli uomini. Lo confesso. L’allegria delle donne è l’allegria di tutti, è espansa, espansiva, inoffensiva. L’allegria degli uomini, la storia ci insegna, troppo spesso è fatta di esclusioni e ha provocato molto dolore.

Alessandra Bocchetti