SÌ, LO VOGLIO

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Per tutte le persone che si amano.

Per le donne che amano gli uomini.

Per gli uomini che amano le donne.

Per le donne che amano le donne.

Per gli uomini che amano gli uomini.

Per l’amore che è ciò che ci tiene al mondo.

Voglio una legge che riconosca pari dignità a tutte le unioni.

Voglio una legge che porti sicurezza giuridica

a tutte le bambine e tutti i bambini d’Italia.

Si, lo voglio.

http://www.silovoglio2016.com

 

Aderiamo alla Marcia delle Donne e degli Uomini scalzi. 11 settembre 2015.

sahel_salgadoDonne e uomini scalzi si affiancano alle loro sorelle e fratelli che chiedono di muoversi liberi in un mondo di pace, come è loro diritto inalienabile. Nelle filosofie e nelle religioni di cui siamo portatori ed eredi in Europa, non c’è nulla che ci consenta di incatenare un essere umano al luogo in cui è nato, contro la sua volontà. E’ su questo fondamento che nasce la libertà delle donne e degli uomini.

Un bambino morto su una spiaggia, migliaia di morti in mare per sfuggire alle bombe, fili spinati, marchi da bestie, tutto questo ci chiama in causa come esseri umani e come donne libere e uomini liberi amici delle donne.Se Non Ora Quando chiede che vengano riconosciuti i diritti umani, di donne e di uomini, di tutti coloro che nascono sul pianeta.  Aderisce e partecipa perciò convintamente in tutte le città, alla MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI lanciata da Venezia.

Condividiamo il dolore delle donne costrette ad abbandonare la loro casa, che hanno visto morire i loro cari. Le accoglieremo e le aiuteremo come meglio possiamo.

Mi è capitato di essere felice

Di Francesca Comencini.  Domenica, 19 Aprile 2015

sahel_salgado

Mi è capitato di essere felice, in questa giornata. Di godere delle cose della vita, della mia vita di donna non più giovane che ha imparato ad accontentarsi e cerca di non giudicare, che si è addolcita e non sogna ogni minuto di cambiare il mondo. Sono stata felice di avere amici, di stare stesa su un prato, di guardare le margheritine, di bere un bicchiere di vino, di sentire il venticello sulla faccia, di essere accolta dal sorriso di mia figlia.

Sì, con gli anni il tempo rimasto si riduce e questo suo scorciarsi illumina di più intensa meraviglia ogni piccola cosa e dunque anche oggi, in questa domenica di aprile, mi è capitato di essere felice. Sapevo, avevo avuto la notizia, eppure lo stesso ho continuato la mia giornata e mi ha persino colto la felicità. Una felicità piccola quanto smisurata, così incongrua di fronte alla notizia di settecento, forse novecento persone, donne, uomini, bambini, morti annegati nel canale di Sicilia.

Ora che è notte, che sono sola, mi assale l’idea del terrore, dell’acqua che entra nei polmoni, immagino la mano di tuo figlio che ti sfugge, il silenzio, lo stordimento. Il tuo bambino e la tua bambina stanno morendo accanto a te e tu stai morendo con loro. C’è il suono delle bollicine dei loro fiati sott’acqua poi uno squillo acutissimo poi i timpani scoppiano tu non sai nuotare, neanche loro. L’acqua, tutta quell’acqua, fredda, improvvisa, salata, ti chiude la bocca, ti riempie i polmoni, ti soffoca, ti gela, ti stordisce. Immagino, questo solo posso fare, non so quanto ci si metta a morire annegati. Posso solo immaginare, in base alle sensazioni che conosco, tratte da una delle cose che mi rende più felice al mondo, nuotare nel mare. Che distorsione di ogni felicità: un prisma deformante ha reso quel mare in cui ho nuotato ogni anno da quando sono nata un luogo di orrore: il mare, il meraviglioso mare Mediterraneo ormai è fossa comune, sangue nero che circola nelle vene del continente, dalla Sicilia al Capo Nord e lo irrora tutto di veleno e di vergogna.

Ora che è notte cerco di trovare un modo di pensare a loro che in quel mare sono morti, di pensarci davvero e non in modo irreale, e l’unico modo che trovo è questo, da madre. Pensare alle mie creature, a come le ho viste nascere e succhiare, accigliarsi e sorridere, cantare e sospirare, a quella prepotente e complicatissima forma che è la vita umana e che io so cos’è perché da me sono nate tre creature e io lo so, cos’è, la vita, loro spingevano nella pancia e all’improvviso ho visto per la prima volta la loro faccia sorgere dalle acque del cosmo, singolare, unica, irripetibile, così complicata eppure offerta nuda di getto ai miei occhi, misteriosa e infinita, e io lo so, cazzo, lo so, lo so cos’è la vita umana e allora pensandoci così mi dico che è lì in quelle acque mie materne che posso forse far stare loro che sono morti nelle acque del nostro mare e che non hanno un nome, non una faccia, non una storia che io possa conoscere davvero, solo le generiche e talvolta orribili parole dei giornali, devo attaccarmi a questo, alle acque del mio corpo per riuscire anche solo a immaginare loro che sono morti e per trovare un pianto, una parola, un silenzio, un vomito, un singhiozzo, una preghiera, per riuscire a chiedere perdono a loro e a chi li amava, per trovare la forza di incazzarmi ancora, di nuovo, ché anche se il tempo rimasto non è molto, se sono vecchia e ho dovuto imparare a essere docile, affanculo, questo mondo va cambiato e chi ci ha fatto credere che non era così si sbagliava di grosso, perché ora, mentre scrivo, in fondo al mare quei bambini, quelle donne e quegli uomini se li stanno mangiando gli squali, e se anche noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Parole, parole, parole: parole tra noi.

Cara Luciana Littizzetto,

come tu stessa hai detto, le parole sono importanti. Infatti c’è un nesso tra la disparità salariale tra donne e uomini, che tu citi giustamente come un problema serio, e la mancanza dell’uso di parole al femminile per nominare quegli stessi mestieri, quando esercitati da donne, (per i quali infatti vengono spesso sotto pagate), problema, questo, irrilevante secondo te, trastullo per Accademie e “Presidentesse”, come hai detto, usando un dispregiativo neologismo per nominare la Presidente della Camera, l’altra sera a “Che tempo che fa”. I problemi sono ben altri, insomma, secondo te, del modo in cui parliamo. Il linguaggio non importa, signore e signori, importano i soldi con cui le donne vengono pagate! E giù applausi. Come se tra le due cose non ci fosse un nesso. Come se non poter nominare al femminile quei mestieri non fosse l’altra faccia del non doverli adeguatamente pagare se esercitati da donne, per evocare solo una delle conseguenze di tale cancellazione linguistica, quella che sembra starti più a cuore. Perché le conseguenze di tale cancellazione sono invece innumerevoli e tutte connesse e molto profonde, e riguardano te, noi, tutte e tutti. Hai detto, nel tuo stesso numero l’altra sera, di non sapere come si fa in Francia, ma che immagini che in quel serio paese abbiano ben altro a cui pensare che a simili sciocchezze. Ebbene sappi che nell’ottobre del 2014 la Presidente di turno dell’Assemblea Nazionale Sandrine Mazetier ha fatto un richiamo all’ordine con iscrizione al processo verbale del deputato Julien Aubert, il quale ostinatamente si rifiutava di chiamarla Madame LA Présidente, al femminile, evocando anche l’Académie Francaise, equivalente dell’Accademia della Crusca tansalpino. La seduta non è proseguita fino a quando il deputato Aubert non ha accettato di chiamare la Presidente Mazetier per quello che è, cioè Signora Presidente, e il risultato del richiamo all’ordine gli costato un quarto della sua indennità mensile di parlamentare, 1378 euro. Questo perché, in Francia il rispetto linguistico di genere è citato e tutelato nel regolamento dell’Assemblea Nazionale, a differenza del vuoto regolamentare esistente in Italia. Questo perché in effetti hai ragione, la Francia è un paese serio, dove sanno che, come scriveva Marie Cardinal, “Le parole per dirlo” sono il fondamento della nostra differente e libera vita, e della nostra differente e piena cittadinanza.

Con affetto,

Snoq Factory

La lettera è stata pubblicata su la 27esima ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cara-lucianafacile-per-te-che-gia-sei-comica/

8 MARZO DONNE CON LA A

DonneAMaestro- maestra, chirurgo- chirurga,       sindaco-sindaca, avvocato- avvocata :               in italiano le    parole che finiscono in o al femminile prendono la ‘a’ . Restano invariate quelle che finiscono in ‘e’ ma prendono l’articolo femminile, ad esempio , la giudice, la presidente.

Lo dice la grammatica italiana , lo sostiene anche la prestigiosa Accademia della Crusca.

Ma in nome di un presunto ” neutro”, che l’italiano non ha , si continua a fare resistenza nel declinare al femminile una manciata di titoli professionali: ministra , deputata, funzionaria, ingegnera, assessora, mentre e’ normale dire commessa, postina, operaia, infermiera.

Le donne , presenti oggi in tante professioni fino a poco tempo fa appannaggio solo degli uomini, vogliono la a, chiedono di essere riconosciute.

Per questo 8 marzo alle istituzioni, alla pubblica amministrazione, alla scuola, alla politica, all’informazione, chiediamo di usare il femminile ogni volta che si parla di una donna, qualunque ruolo          o incarico ricopra.

Siamo convinte che sia un passo necessario per garantire la rappresentazione dei due generi di cui e’ fatto il mondo: le donne non sono l’altra metà del cielo, sono una delle due metà.

SE NON ORA QUANDO?

Coordinamento Comitati

LETTERA APERTA AD ANNA MARIA TARANTOLA PRESIDENTE DELLA RAI

Cara dott. Tarantola,

si è concluso il Festival di Sanremo, come sempre con un grande successo di ascolti, confermando così il ruolo di televisione pubblica della RAI. Qualcosa, però, che a milioni di Italiani ha strappato una risata, a noi ha invece ingenerato una forte perplessità.

Cosa è diventato il senso della cosa pubblica se in una televisione pubblica, pagata da milioni di cittadine italiane che lavorano, con competenza, serietà, preparazione, fatica, che producono ricchezza, diventa divertente scherzare sulla “bruttezza” delle ministre? Ne va del senso della Costituzione, della Democrazia, della Repubblica, della dignità umana: è stato avvilente l’encomio delle ministre “belle” e il dileggio della ministra “brutta” con tanto di gigantografia preparata dalla regia RAI. Pagata, ripetiamo, da milioni di donne. Sono in tanti ad aver approntato questo bel pezzetto di televisione. Tutti, registi, tecnici, stagisti, tutti coloro che hanno cercato quelle fotografie di ministre “belle” e ministre “brutte” secondo il gusto del guitto di corte dovrebbero ricordarsi che sono pagati anche da milioni di donne che con il loro lavoro consentono loro di stare lì dove stanno. Sappiamo che la televisione pubblica italiana non è riducibile a quei pochi minuti di brutta televisione, e per questo l’Italia non è lontana da lei. Ma su questi scivoloni è necessario vigilare perché, altrimenti, è l’Italia tutta a retrocedere. E, come sempre, il metro di misura della vigilanza sono gli sguardi, sempre così “maschi”, sul corpo delle donne.

Eppure, l’Italia è un paese libero grazie alle donne che hanno combattuto nella Resistenza, è un paese ricco anche grazie alle donne che ogni giorno escono di casa e mantengono la loro famiglia,  i loro figli e le loro figlie, spesso i loro mariti, pagano le tasse, pagano il canone Rai, producono reddito, mandano avanti il paese, l’Italia è un paese vivo grazie alla forza delle giovani donne che ancora, spesso senza nessuna tutela, mettono al mondo figli. Soprattutto, l’Italia non è quel logoro palcoscenico di maschi che sbattono le facce di autorevolissime ministre in gigantografia e ci scherzano sopra davanti a tutto il paese, maschi che ricordano i vitelloni degli anni 50. No, dottoressa Tarantola, l’Italia è più allegra, più tenera, più erotica, più viva di questo cimitero, perché le donne italiane l’hanno presa per mano e l’hanno, già da tempo, portata definitivamente via da lì. Di questa Italia vorremmo che il servizio pubblico si facesse voce. Ed è per questo che abbiamo voluto parlarne con lei.

SeNonOraQuando – Factory

Contropiede: il 31 ottobre a Palazzo delle Esposizioni

contropiedeVenerdì 31 ottobre a Roma, Palazzo delle Esposizioni
Via Milano 9 a – dalle 10,30 alle 13
Ingresso libero

Cinque articoli della nostra Carta Costituzionale, particolarmente significativi per la loro stessa formulazione, e che riguardano più da vicino le donne, saranno commentati da altrettante donne, che negli anni hanno sviluppato riflessioni attorno a questi temi: Luisa Muraro, Giulia Bongiorno, Michela Marzano, Lea Melandri e Marilisa D’Amico.
L’iniziativa, nata da un’idea di Mariella Gramaglia, sarà introdotta da Alessandra Bocchetti e conclusa da Francesca Comencini, con la partecipazione di Lucia Mascino.

Le relatrici:

Luisa Muraro è sesta di undici sorelle-fratelli, nonna di due ragazzi, è nata nel Veneto, vive a Milano, ha scritto molto, è impegnata nel movimento femminista dagli inizi, è legata alla Libreria delle donne e a Diotima, ha dedicato una parte dei suoi studi alla mistica femminile. Il suo ultimo libro è una nuova edizione di Le amiche di Dio. Margherita e le altre, a cura di Clara Jourdan, Orthotes, Salerno-Napoli 2014. Ha raccontato la sua storia intellettuale e politica in Luisa Muraro, Non si può insegnare tutto, a cura di Riccardo Fanciullacci, Editrice La Scuola, 2013. Luisa Muraro commenterà per noi l’Art. 3
 della Costituzione.

Giulia Bongiorno, avvocata, titolare di un proprio studio legale, fondatrice dell’associazione Doppiadifesa per aiutare e dare consulenza legale gratuita alle donne vittime di violenza e discriminazioni. Il 13 febbraio 2011 ha partecipato alla manifestazione Se non ora, quando? per il rispetto e la dignità delle donne. Eletta deputata alla Camera dal 2006 al 2013. E’ stata Presidente della Commissione Giustizia, e nel 2009 Presidente e Relatrice di un disegno di legge per il doppio cognome, con la libertà per i genitori di scegliere per primo il nome della madre. Giulia Bongiorno commenterà per noi l’articolo 22 della Costituzione.

Maria Michela Marzano è una filosofa, politica e saggista. Autrice di numerosi saggi di filosofia morale e politica. Nel 2014 vince il premio letterario Bancarella con il volume “L’amore è tutto. E’ tutto ciò che so dell’amore.” Viene eletta nel 2013 alla Camera dei deputati tra le fila del PD. Fa parte della Commissione Giustizia. Ha sempre dichiarato che la battaglia per il matrimonio delle persone omosessuali è una priorità democratica e si è espressa in favore di una legge che non imponga più ai cittadini di accettare l’unico ordine simbolico della “famiglia tradizionale”. Michela Marzano commenterà l’articolo 29 della Costituzione.

Lea Melandri negli anni settanta insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli ha dato vita alla rivista «L’erba voglio», una delle voci più libere e incisive del dissenso politico-culturale e della critica antiautoritaria della società. Nello stesso periodo ha preso parte attiva al movimento delle donne. Dal 1987 al 1997 ha diretto «Lapis. Percorsi della riflessione femminile» (da poco online: http://www.serverdonne.it). Attualmente tiene corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata tra le promotrici fin dal 1987 e di cui oggi è presidente. Ha pubblicato numerosi saggi, l’ultimo è Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011).
Cittadina onoraria di Carloforte (Isola di San Pietro), ha ricevuto nel 2012 dal Comune di Milano l’ “ambrogino d’oro” come “teorica del femminismo”. (www.universitadelledonne.it).
Lea Melandri commenterà per noi l’articolo 37 della Costituzione.

Marilisa D’Amico. È avvocata e docente ordinaria di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Ha fatto parte del collegio di difesa che ha ottenuto la sentenza 151 del 2009 della Corte costituzionale in tema di fecondazione assistita. È autrice di molte pubblicazioni sulle tematiche della giustizia costituzionale e dei diritti fondamentali. Commenterà per noi l’art. 51 della Costituzione.