Attente al lupo

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C’è voluto un po’ di tempo per fare sedimentare tutto quello che ho letto sull’utero in affitto. E’ durata un mese o forse più la pioggia incessante di dichiarazioni, articoli, confessioni, condanne.

Lo so che l’espressione “utero in affitto” non fa piacere a alcune compagne e amiche, ma proprio di questo si tratta e penso che ogni alternativa a questa espressione, magari meno brutale, ci allontani dalla verità. Di tutto questo materiale non riesco a dimenticare un articolo apparso su La Repubblica che raccontava la perfetta efficienza per trovare uteri disponibili di una clinica californiana. Una rapida indagine sulle ragioni della scelta, più routinaria che necessaria, seguita dall’ascolto dei desiderata ed ecco subito l’utero buono saltava fuori da un fornitissimo database. Poi il contratto.

Si sa che il contratto, come strumento giuridico, testimonia reciproco consenso e con questo legittima, autorizza l’oggetto, senza la necessità di giustificazioni o la pretesa di raccontare storie ma spesso, soprattutto quando si parla di corpi umani Il contratto è sempre brutale, spesso è la legalizzazione di un sopruso, il suo alibi

Sono inciampata su due punti del contratto della clinica californiana. Il primo è che la donna o che l’uomo che richiedeva quella determinata prestazione poteva cambiare idea e poteva quindi decidere di fare abortire la donna che stava “lavorando” per lei/per lui. Il secondo è che nella scelta del soggetto disponibile la statistica diceva che erano di molto preferite le lesbiche, perché … il tutto risulta più pulito, nessuno sperma di “chi sa chi” può imbrattare, nessun cazzo può colpire ma neanche sfiorare il nostro bambino che sta crescendo. Tutto questo in cambio di denaro, molto denaro.

Se da una parte il denaro serve a chi non ne ha e questa potrebbe essere una giustificazione – ho sentito tante donne sostenere questo- dall’altra parte il denaro autorizza, tranquillizza, ti colloca in luogo certo e, nel profondo della coscienza, ti garantisce il perdono.

Si, questo mi ha fatto proprio orrore.

Per farla breve dico subito qual è la mia posizione in proposito. Se la scienza è riuscita a superare i limiti di un corpo umano, creando la possibilità di nuove relazioni, nuove dimensioni, non sarò certo io a dire di no. Il mio no non varrebbe nulla, avrebbe solo l’arroganza di un gesto impotente. Vorrei ragionare sì sulle condizioni.

Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti.

Non servirebbe contratto, solo un regolamento condiviso, chiaro e più semplice possibile. Ecco, tutto questo vorrei che fosse possibile e legale.

Da tutto questo resta tassativamente fuori il denaro, resta fuori il mercato del migliore offerente, il mercato delle carni più sode. Il mercato delle “fattrici”

Per l’utero in affitto ho soprattutto sentito dire “ è giusto”, “ è ingiusto” e sembra che tutti abbiano buone ragioni da difendere. Io non voglio parlare in termini di giustizia. Voglio invece immaginare, come potrebbe diventare il paese in cui vivo se venisse legalizzato il mercato dell’utero in affitto.

Sensali che battono le campagna alla ricerca di donne povere, e questo sarà soprattutto al sud, come una volta cercavano le balie da latte, giovani contadine che appena partorito erano costrette a lasciare il proprio bambino per andare a nutrirne un altro, figlio di signori. Dovevano avere un aspetto sano, forte, senza denti cariati o altre malattie accertate. Il sensale questo doveva garantire. E c’era un contratto ferreo tra le parti che garantiva alla balia uno stipendio, tanti metri di stoffa ogni anno, che andavano a vestire i bambini restati a casa, e un pezzo d’oro o di corallo. Interessante sarebbe studiare questi contratti, ma forse qualcuna l’ha già fatto.

Ma adesso con l’utero in affitto non si chiede solo latte, si chiede molto di più, si chiedono nove mesi di vita e l’occupazione di un corpo umano, un corpo che non potrà immaginare nulla sul bambino che ospita, come in una normale gravidanza perché il bambino che sente muovere, non sarà suo e quindi dovrà pensare a altro, ai cavoli suoi o non penserà, se pensare risultasse troppo doloroso.

Il mercato si organizzerebbe subito, non chiede altro. Il mercato è un lupo dinamico e pieno di immaginazione. Ci saranno delle “case di attesa” per garantire l’”acquirente” sulle condizioni igeniche necessarie e un nutrimento corretto delle donne fattrici? Case a 5 stelle, a 4, a 3, a 2 . In campagna, in città, al mare. I prezzi varieranno. Con i soldi si può fare quasi tutto.

Ci saranno delle visite mediche preventive molto serie, anamnesi severe per diventare fattrici? Ci saranno fattrici di serie A, di serie B, di serie C. Per chi fornirà anche l’ovulo, ci saranno parametri in più: le bionde, le brune, le alte, le bassette, le magre, le grassette, le coscia lunga, “come sono i piedi?, come sono le mani?” ma tutte dovranno essere sane e belle, si belle. Beh, sul fatto di dover essere belle, non ci dovrebbe scandalizzare più di tanto, perché la cultura a cui apparteniamo attraverso mille e mille segnali a partire dalla nascita ci ha fornito di una sorta di eugenetica interiore con cui ogni donna, o quasi, ha a che fare quotidianamente.

Ma adesso voglio dire la cosa che più mi sta a cuore, la vera ragione per cui sto scrivendo, e che non ho sentito dire da nessuno.

Le possibilità che la scienza oggi offre, sono a nostro favore, sono a favore delle donne. Se una giovane donna vuole far carriera congelerà i suoi ovuli dei vent’anni e deciderà poi, quando le converrà, di farne qualcosa di vivo, magari mai. Forse sarà l’azienda stessa ad offrirle questa opportunità, se la considerasse un elemento, dinamico, efficiente, creativo da non perdere. Forse non ci sarà più la necessità delle dimissioni in bianco perché il problema si risolverà così.

Noi vogliamo che le donne viaggino, studino, conoscano il mondo e le sue regole. Vogliamo che le donne governino, decidano. Per tutto questo oggi noi lasciamo i nostri bambini nelle mani di tate fidate, perché non potremmo lasciare anche i nostri bambini da far nascere nella pancia di una donna fidata? Avremo molto più tempo, potremo fare molte più cose. Saremo molto più libere.

Libere? Ma eccoci al punto. La libertà di cui stiamo parlando è la libertà di cui hanno goduto gli uomini da sempre. Senza bambini, senza panni caldi, senza nausee, senza latte, senza mestruazioni, il corpo maschile ha rappresentato la perfezione per secoli e secoli. E’ questa libertà che vogliamo? Ci deve essere ben chiaro quello che sta succedendo: si sta appannando il fronte della differenza con gli uomini e si sta rafforzando come non mai il fronte della differenza tra donne ricche e donne povere. Questo è il mondo in cui ci piace vivere? E’ questo quello che vogliamo?

Ce lo dobbiamo proprio chiedere a questo punto, perché questa faccenda è solo nelle nostre mani. Dipenderà da noi. Gli uomini c’entrano poco e niente, potranno dare una parere, un giudizio, una minaccia, una condanna, ma il corpo delle donne è delle donne soprattutto oggi e sono le donne che faranno o non faranno, che sceglieranno o rifiuteranno.

Perché soprattutto oggi? Le donne sono soggetti centrali della società, non esiste società senza donne, sono sempre state centrali, da che mondo è mondo, ma ora sono libere come non lo erano fino a poco tempo fa. Ora sono centrali e libere. E’ questa la grande novità.

Che scherzo! noi donne che fino ieri non sapevamo che fosse la libertà, che fino a ieri la nostra parola non valeva neanche per una testimonianza. Tocca a noi decidere se continuiamo a cadere nella libertà degli uomini o a pensare che forse è ora possibile governare con un’altra idea di libertà, la libertà come la pensano le donne.

Come pensano le donne la libertà? Come amano vivere? Cosa è per loro una buona vita? Su questo dovremo chiamarci a lavorare e dirci le cose più chiaramente. Vogliamo ancora schiavi e padroni? Vogliamo che sia il denaro il medium universale? Vogliamo che sia il potere a fare ordine nel mondo? Vogliamo che sia la forza la ragione di ogni vittoria? Dovremo rispondere a queste domande. Ma queste risposte non le potremo trovare che nella nostra storia e non nella sua cancellazione.

Spesso mi chiedono cosa è una donna, rispondo sempre che non lo so. Non so cosa sia una donna, ma so perfettamente che ne ha fatto la storia: un soggetto fortissimo che ne ha passate tante e che sta ancora in piedi. Io continuo a investirci le mie speranze, ma forse chissà il mercato riuscirà là dove gli uomini della storia non sono riusciti e si mangerà anche loro.

Alessandra Bocchetti

 

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Il mistero di Isabelle, la studentessa-squillo di Ozon

di Giorgia Serughetti su Letterate Magazine

imagePrima ancora che uscisse nelle sale italiane di questo film si sapeva già quasi tutto, fin da quando, al Festival di Cannes, François Ozon sollevò un vespaio dichiarando che “quella di prostituirsi è una fantasia comune tra le donne”. Non solo, ma Giovane e bella arriva nei cinema proprio nei giorni in cui imperversa il dibattito sulle minorenni “squillo” dei Parioli, e ci racconta di una di loro, di una che potrebbe essere loro, se non che vive a Parigi e all’anagrafe ha un paio d’anni in più, diciassettenne appena compiuti.

Isabelle (Marine Vacth) è una studentessa che ha perso da poco la verginità su una spiaggia estiva in un rapporto frettoloso con un coetaneo, quando di ritorno a scuola, in autunno, un uomo le offre del denaro perché vada con lui. E tutto è così facile, persino eccitante, che si trasforma in una seconda vita. Continua a leggere

Violenza sulle donne e ruolo dei media: i 10 punti de “La27ora”

Segnaliamo la lettura del testo in 10 punti che la27ora ha proposto come contributo all’incontro in Senato su “Convenzione di Istanbul e Media”: Violenza sulle donne e ruolo dei media. Cosa possiamo fare?

Ci pare un’ottima riflessione su come i media possono diventare parte attiva di un cambiamento culturale.

Al convegno hanno partecipato Pietro Grasso, presidente del Senato, Laura Boldrini, presidente della Camera, Anna Maria Tarantola, presidente Rai, Mario Calabresi, direttore de La Stampa, Massimo Giannini, vice direttore de La Repubblica, Barbara Stefanelli, vice direttore del Corriere della Sera, Sarah Varetto, direttore SKY TG24, Luisa Betti, Articolo21 e Giulia. L’incontro è stato ideato e introdotto da Valeria Fedeli, vice presidente del Senato. Con le conclusioni di Luigi Zanda, presidente gruppo Pd al Senato.

Cat Power: una lezione artistica e di vita

di Francesca Comencini

ComenciniFrancesca450FandangoIeri. 8 Luglio. Cat Power a Roma. Cavea dell’Auditorium. Ho preso i biglietti da mesi. Uno per me, uno per mia figlia Camille. La mia amica Carlotta li ha presi per conto suo. L’altro mio figlio, Carlo, pure. Andiamo insieme ma in ordine sparso. Una combriccola insolita, geografia della mia anima. Le mie amiche, i miei figli.

E’ stato Carlo per primo a farmi ascoltare una canzone di Cat Power, mi pare fosse “Lived in bars”. Ne ho usata un’altra, “Where is my love”, in un mio film, “Lo spazio bianco”. La canticchio ormai ogni volta che cerco qualcosa, non solo il mio amore, ma anche la borsa, le chiavi, gli occhiali, una risposta.

Ho sempre in mente il suono della sua voce gattesca, in cui la dolcezza si mischia al dolore. Sempre. Il pomeriggio piove. Come ogni giorno. Ormai a Roma alle 4 arriva la tempesta. Ho paura che il concerto possa saltare. Questi temporali pomeridiani mettono a dura prova i miei nervi. Arriviamo all’Auditorium che ha spiovuto, ma tutto è fracico, come ci dice un ragazzo all’entrata . Ci tengono fuori più del previsto. Evidentemente hanno avuto problemi con il sound check. Il concerto inizia in ritardo. Cat Power entra in scena zoppicando. E’ un’altra persona. Danneggiata. E non fa niente per nasconderlo. Continua a leggere

Una strada per Miriam

miriamDiffondiamo la petizione lanciata dal gruppo Toponomastica Femminile per chiedere di intitolare una via di Roma a Miriam Mafai:

Cartine al tornasole della misoginia ambientale, le targhe stradali d’ogni dove invitano alla riflessione. Gli odonimi dei centri urbani, nell’Europa continentale, sono il risultato di scelte politiche e ideologiche ben chiare e consentono di leggere orientamenti e mode delle rispettive società.

Nell’Italia preunitaria prevalevano i riferimenti ai santi, a mestieri e professioni esercitate sulle strade, e alle caratteristiche fisiche del luogo. In seguito, la necessità di cementare gli ideali nazionali, portò a ribattezzare strade e piazze dedicandole a protagonisti, uomini, del Risorgimento e in generale della patria; con l’avvento della Repubblica, si decise di cancellare le matrici di regime e di valorizzare fatti ed eroi, uomini, della Resistenza. Ne deriva un immaginario collettivo di figure illustri esclusivamente maschili.

Miriam Mafai è stata una personalità ispiratrice, carismatica e indipendente profondamente legata alla contemporaneità e in grado di forgiare l’ideale di cittadinanza attiva nelle vecchie e nuove generazioni.

Sostieni la nostra proposta di intitolazione!

Toponomastica femminile (Gruppo facebook – 5480 aderenti)

http://www.toponomasticafemminile.it/

https://www.facebook.com/groups/292710960778847/

Zadie Smith: Creatività e rifiuto

nw_-c-dominique-nabokob_author-photo1E se la cosa più creativa da fare in questo momento fosse rifiutare? Dimostrarci scontenti di introdurre le nostre energie nel meccanismo ben oliato dell’ordine attuale? Immaginare un mondo diverso appare oggi come un dovere creativo, e dovunque si guardi sembra prendere piede un principio di rifiuto…

Zadie Smith al Festival delle Letterature di Roma, 2 luglio 2013

Ecco il testo integrale del suo intervento sulla creatività:

Questa sera mi hanno chiesto di parlarvi di “creatività”. È una di quelle parole ambigue che piacciono agli organizzatori di eventi letterari, e confesso di averla fissata a lungo senza riuscire a prendere il via. Continua a leggere