Mi è capitato di essere felice

Di Francesca Comencini.  Domenica, 19 Aprile 2015

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Mi è capitato di essere felice, in questa giornata. Di godere delle cose della vita, della mia vita di donna non più giovane che ha imparato ad accontentarsi e cerca di non giudicare, che si è addolcita e non sogna ogni minuto di cambiare il mondo. Sono stata felice di avere amici, di stare stesa su un prato, di guardare le margheritine, di bere un bicchiere di vino, di sentire il venticello sulla faccia, di essere accolta dal sorriso di mia figlia.

Sì, con gli anni il tempo rimasto si riduce e questo suo scorciarsi illumina di più intensa meraviglia ogni piccola cosa e dunque anche oggi, in questa domenica di aprile, mi è capitato di essere felice. Sapevo, avevo avuto la notizia, eppure lo stesso ho continuato la mia giornata e mi ha persino colto la felicità. Una felicità piccola quanto smisurata, così incongrua di fronte alla notizia di settecento, forse novecento persone, donne, uomini, bambini, morti annegati nel canale di Sicilia.

Ora che è notte, che sono sola, mi assale l’idea del terrore, dell’acqua che entra nei polmoni, immagino la mano di tuo figlio che ti sfugge, il silenzio, lo stordimento. Il tuo bambino e la tua bambina stanno morendo accanto a te e tu stai morendo con loro. C’è il suono delle bollicine dei loro fiati sott’acqua poi uno squillo acutissimo poi i timpani scoppiano tu non sai nuotare, neanche loro. L’acqua, tutta quell’acqua, fredda, improvvisa, salata, ti chiude la bocca, ti riempie i polmoni, ti soffoca, ti gela, ti stordisce. Immagino, questo solo posso fare, non so quanto ci si metta a morire annegati. Posso solo immaginare, in base alle sensazioni che conosco, tratte da una delle cose che mi rende più felice al mondo, nuotare nel mare. Che distorsione di ogni felicità: un prisma deformante ha reso quel mare in cui ho nuotato ogni anno da quando sono nata un luogo di orrore: il mare, il meraviglioso mare Mediterraneo ormai è fossa comune, sangue nero che circola nelle vene del continente, dalla Sicilia al Capo Nord e lo irrora tutto di veleno e di vergogna.

Ora che è notte cerco di trovare un modo di pensare a loro che in quel mare sono morti, di pensarci davvero e non in modo irreale, e l’unico modo che trovo è questo, da madre. Pensare alle mie creature, a come le ho viste nascere e succhiare, accigliarsi e sorridere, cantare e sospirare, a quella prepotente e complicatissima forma che è la vita umana e che io so cos’è perché da me sono nate tre creature e io lo so, cos’è, la vita, loro spingevano nella pancia e all’improvviso ho visto per la prima volta la loro faccia sorgere dalle acque del cosmo, singolare, unica, irripetibile, così complicata eppure offerta nuda di getto ai miei occhi, misteriosa e infinita, e io lo so, cazzo, lo so, lo so cos’è la vita umana e allora pensandoci così mi dico che è lì in quelle acque mie materne che posso forse far stare loro che sono morti nelle acque del nostro mare e che non hanno un nome, non una faccia, non una storia che io possa conoscere davvero, solo le generiche e talvolta orribili parole dei giornali, devo attaccarmi a questo, alle acque del mio corpo per riuscire anche solo a immaginare loro che sono morti e per trovare un pianto, una parola, un silenzio, un vomito, un singhiozzo, una preghiera, per riuscire a chiedere perdono a loro e a chi li amava, per trovare la forza di incazzarmi ancora, di nuovo, ché anche se il tempo rimasto non è molto, se sono vecchia e ho dovuto imparare a essere docile, affanculo, questo mondo va cambiato e chi ci ha fatto credere che non era così si sbagliava di grosso, perché ora, mentre scrivo, in fondo al mare quei bambini, quelle donne e quegli uomini se li stanno mangiando gli squali, e se anche noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.