Parole, parole, parole: parole tra noi.

Cara Luciana Littizzetto,

come tu stessa hai detto, le parole sono importanti. Infatti c’è un nesso tra la disparità salariale tra donne e uomini, che tu citi giustamente come un problema serio, e la mancanza dell’uso di parole al femminile per nominare quegli stessi mestieri, quando esercitati da donne, (per i quali infatti vengono spesso sotto pagate), problema, questo, irrilevante secondo te, trastullo per Accademie e “Presidentesse”, come hai detto, usando un dispregiativo neologismo per nominare la Presidente della Camera, l’altra sera a “Che tempo che fa”. I problemi sono ben altri, insomma, secondo te, del modo in cui parliamo. Il linguaggio non importa, signore e signori, importano i soldi con cui le donne vengono pagate! E giù applausi. Come se tra le due cose non ci fosse un nesso. Come se non poter nominare al femminile quei mestieri non fosse l’altra faccia del non doverli adeguatamente pagare se esercitati da donne, per evocare solo una delle conseguenze di tale cancellazione linguistica, quella che sembra starti più a cuore. Perché le conseguenze di tale cancellazione sono invece innumerevoli e tutte connesse e molto profonde, e riguardano te, noi, tutte e tutti. Hai detto, nel tuo stesso numero l’altra sera, di non sapere come si fa in Francia, ma che immagini che in quel serio paese abbiano ben altro a cui pensare che a simili sciocchezze. Ebbene sappi che nell’ottobre del 2014 la Presidente di turno dell’Assemblea Nazionale Sandrine Mazetier ha fatto un richiamo all’ordine con iscrizione al processo verbale del deputato Julien Aubert, il quale ostinatamente si rifiutava di chiamarla Madame LA Présidente, al femminile, evocando anche l’Académie Francaise, equivalente dell’Accademia della Crusca tansalpino. La seduta non è proseguita fino a quando il deputato Aubert non ha accettato di chiamare la Presidente Mazetier per quello che è, cioè Signora Presidente, e il risultato del richiamo all’ordine gli costato un quarto della sua indennità mensile di parlamentare, 1378 euro. Questo perché, in Francia il rispetto linguistico di genere è citato e tutelato nel regolamento dell’Assemblea Nazionale, a differenza del vuoto regolamentare esistente in Italia. Questo perché in effetti hai ragione, la Francia è un paese serio, dove sanno che, come scriveva Marie Cardinal, “Le parole per dirlo” sono il fondamento della nostra differente e libera vita, e della nostra differente e piena cittadinanza.

Con affetto,

Snoq Factory

La lettera è stata pubblicata su la 27esima ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cara-lucianafacile-per-te-che-gia-sei-comica/

Niki de Saint Phalle: L’immaginario al potere

Con la sua arte anticipa i temi del Movimento di liberazione delle donne. E la sua arte le assomiglia: esplosiva, potente, monumentale. Niki è trascinante e divertente. Un’icona. È la Leonessa dell’Immaginazione. Scelte di vita e artistiche radicali, donna di una bellezza toccante. Prima o poi le faranno un monumento. Intanto le dedichiamo questa minibio che fatica a raccontare tutta la sua grandezza. Mandateci anche voi la storia di una donna che per voi ha significato molto. Spedite la vostra Leonessa a snoqfactory@gmail.com, e noi la pubblichiamo!

Grazie Niki

Ho deciso molto presto di diventare un’eroina. Chi sarò io? George Sand? Giovanna d’Arco? Napoleone in sottana? Non assomiglierò a mia madre…passerò la mia vita a fare domande”.

Niki De Saint Phalle. Artista performer. Franco-americana. (1930-2002)

Niki de Saint Phalle in Los Angeles, 1962

“Il mio nome è Niki. Niki de Saint Phalle. E faccio sculture monumentali.” Così si presenta in uno dei suoi video, beffeggiando James Bond e trascinando il pubblico nella sua fantasia vorticosa.

Famosa tanto quanto Andy Wharol, Niki è negli anni ’60 un’icona di libertà e di effervescenza creativa. Artista autodidatta per scelta, perché insofferente alla cultura accademica che avrebbe potuto imbrigliare la sua libertà. La vita segnata dall’incesto da parte del padre, a 11 anni, un segreto che rivelerà solo alla fine della vita. Niki sceglie molto presto di essere “un’eroina” e di affrancare le donne. Le sue, infatti, sono in ogni momento scelte artistiche e di vita radicali, eppure sempre temperate dall’ottimismo, dal senso dell’umorismo e da un’irrefrenabile immaginazione. Padre francese nobile, madre franco-americana: Niki riceve la classica educazione di ragazza di buona famiglia tra Francia e Stati Uniti. Vivrà sempre, ora in una nazione ora nell’altra, passando però gli ultimi anni in California.

A 19 anni si sposa con il poeta americano Harry Mathews, ha due figli, si stabilisce in Francia. Nel frattempo fa la modella per riviste come Vogue e questo le permette l’indipendenza economica. La coppia a Parigi conduce una vita bohemien. Niki studia arte drammatica, vuole fare teatro. Poi una forma depressiva grave. Il ricovero. Ne esce con un’unica visione: vuole essere un’artista.

È proprio in questo periodo che sceglie il suo stesso nome. Scelta emblematica infatti, frutto anche del libro che la segna profondamente: ‘Il secondo sesso’ di Simone de Beauvoir. Fa interamente sua la frase “ Donna non si nasce, si diventa”, e lei diventa Niki de Saint Phalle .

Niki è una delle prime artiste a riflettere sui ruoli della donna. Spose, Partorienti, Prostitute, Dee, Streghe. Nelle sue prime opere le donne sono sì vittime ma potenzialmente sono eroine.“Penso che dobbiamo arrivare a una nuova epoca sociale. Il matriarcato.”

Ma poi irrompono sulla scena le “ Ragazze”, Nanas in francese. La serie giocosa, vitale e monumentale che celebra il corpo femminile. Al contrario della rappresentazione classica e stereotipata dei corpi femminili, statici e ben proporzionati, le Nanas hanno forme tonde, espressive, dinamiche. E sono giganti! Continua a leggere

Florence Artaud : la mia Leonessa

Di Francesca Comencini.

florence

Florence Artaud è morta oggi, in un incidente di elicottero, mentre partecipava a un reality show francese. Dio mio, non ci posso credere,  mi crolla il mondo e piango. Florence Artaud è un mito, una leonessa, vera, una mia leonessa e di molte donne della mia generazione.

Navigatrice eccezionale, di genio, aveva vinto nel 1990 la più prestigiosa traversata in solitario dell’oceano Atlantico che ci sia: la Route di Rhum, in 14 giorni, 10 ore e 10 minuti, al timone di un trimarano di 18,28 metri e davanti ai migliori skipper di tutto il mondo, tutti maschi. Era entrata nella leggenda. Lei, da sola, esile, con quella chioma nera immensa che sembrava davvero la criniera di una leonessa, aveva tenuto tutta la Francia, e tutte le donne francesi in particolare, col fiato sospeso per quei 14 giorni. Tempeste, uragani, lei andava avanti, in testa, attraversava tutto, dominava il mare e i suoi avversari. “Dai, dai, faccela Flo, vai avanti Flo!” le dicevano col pensiero tutte le donne di Francia, mentre lavoravano, si occupavano dei figli, lavavano piatti, o qualunque cosa facessero mormoravano sempre: “dai Flo, vai avanti, Flo, non fermarti Flo…”. Non so dirvi il momento del suo arrivo, nel porto di Pont-à- Pitre, quanto ho pianto e urlato dalla gioia. Mi pare di ricordare che fosse notte. Accolta da un baccano pazzesco di fuochi d’artificio, petardi e urla di gioia lei pareva quasi svagata, e mi pare di ricordare che spiegò di sentirsi così perché le era appena venuto il ciclo!    Ero molto sola, in quel periodo, vivevo a Parigi, mi sentivo fragile, insomma, momento difficile. Ma vedendo Florence vincere quella gara mi sono sentita fortissima anch’io. Molte leonesse mi hanno ispirato nella mia vita, ma devo dire che proprio fisicamente, concretamente, è stata Florence Artaud che mi ha fatto pensare: “Ma allora io posso fare tutto, davvero tutto.” Grazie Flo, che il mare, il tuo grande amore, ti accolga lì dove sei.

8 MARZO DONNE CON LA A

DonneAMaestro- maestra, chirurgo- chirurga,       sindaco-sindaca, avvocato- avvocata :               in italiano le    parole che finiscono in o al femminile prendono la ‘a’ . Restano invariate quelle che finiscono in ‘e’ ma prendono l’articolo femminile, ad esempio , la giudice, la presidente.

Lo dice la grammatica italiana , lo sostiene anche la prestigiosa Accademia della Crusca.

Ma in nome di un presunto ” neutro”, che l’italiano non ha , si continua a fare resistenza nel declinare al femminile una manciata di titoli professionali: ministra , deputata, funzionaria, ingegnera, assessora, mentre e’ normale dire commessa, postina, operaia, infermiera.

Le donne , presenti oggi in tante professioni fino a poco tempo fa appannaggio solo degli uomini, vogliono la a, chiedono di essere riconosciute.

Per questo 8 marzo alle istituzioni, alla pubblica amministrazione, alla scuola, alla politica, all’informazione, chiediamo di usare il femminile ogni volta che si parla di una donna, qualunque ruolo          o incarico ricopra.

Siamo convinte che sia un passo necessario per garantire la rappresentazione dei due generi di cui e’ fatto il mondo: le donne non sono l’altra metà del cielo, sono una delle due metà.

SE NON ORA QUANDO?

Coordinamento Comitati

Josephine Baker: La dottoressa che salvò gli Stai Uniti. E il mondo.

Se si digita il suo nome, compare una sfilza di siti dedicati alla sua omonima, la famosa cantante ballerina. Si deve aggiungere Doctor per sapere di lei. E solo in inglese. Dunque vogliamo celebrare questa incredibile Leonessa della Medicina. Con la sua visionarietà e determinazione ha “inventato” la prevenzione e salvato all’epoca 90.000 bambini ma, nel tempo, milioni. Josephine dovrebbe essere raccontata non solo nelle scuole, ma anche nei film, nei romanzi, nei fumetti. Questa mini biografia non riesce a contenerla tutta, ma ci proviamo. Mandateci anche voi la storia di una donna che per voi ha significato molto. Spedite la vostra Leonessa a snoqfactory@gmail.com, e   noi   la pubblichiamo! 

Grazie, Josephine.

“Io credo che le donne abbiano qualcosa da offrire a questo mondo malato. Qualcosa che gli uomini non hanno da offrire o non hanno ancora offerto”.

19Sara Josephine Baker. Americana, dottoressa. Rivoluzionò il sistema della salute pubblica. (1873 –1945).

Più conosci la sua vita, più vorresti conoscere lei di persona. Josephine Baker è tutta in quello che fa e in quello che dice. Un paio di esempi:

a Boston, fu sul punto di uccidere un ubriaco che stava picchiando la moglie incinta, mentre lei stava aiutando la donna a partorire.

E ancora: come ispettrice della salute a New York City, girava nelle stamberghe e faceva le iniezioni contro il vaiolo ai senza tetto, mentre questi giacevano addormentati. Come dice lei stessa nella sua autobiografia ‘Fighiting for life’  ( Lottando per la vita) “ …salivo scalino per scalino, bussavo ad ogni porta, incontravo un ubriaco dopo l altro, una madre sudicia via l’altra, e un bambino morente dopo l’altro.” La maggior parte dei suoi colleghi se ne guardava bene di inoltrarsi in zone così infernali.

Per avere un’idea della ”rivoluzione” Baker bisogna avere in mente lo scenario. Dunque, nel 1890 il Lower East Side di New York era la zona con la più alta densità di abitanti sulla terra, così  si diceva. Gli ispettori della salute chiamavano il quartiere “ reparto suicidio”. Le strade erano infestate da cadaveri di animali in putrefazione, roba che i ratti sembravano una minuzia. Il latte, non pastorizzato, era venduto direttamente da lattine arrugginite. Epidemie di diarrea imperversavano ogni estate e uccidevano ogni settimana centinaia di bambini.      I bambini – sfruttati a lavorare in laboratori fetidi per la confezione di vestiti- avevano spesso il vaiolo e il tifo e si addormentavano su mucchi di indumenti destinati ai negozi del centro. Madri disperate andavano avanti e indietro per      le strade per confortare i figli febbricitanti e teli bianchi di lutto venivano appesi ai balconi. Un terzo dei bambini che abitavano lì moriva prima del quinto compleanno.

Poi, dal 1911 in avanti, il tasso di mortalità infantile calò drasticamente e il New York Times annunciò che la città era la più salubre del mondo.

Cosa successe? La Dottoressa Josephine Baker. Fu lei la donna che rivoluzionò la salute pubblica e molto altro.

Durante la sua attività, salvò la vita a 90.000 bambini. I programmi per la salute che lei stessa aveva sviluppato e per cui aveva lottato, sono ancora usati oggi. Si può dire che di vite ne ha salvate milioni.

All’inizio del secolo scorso, la medicina preventiva non era conosciuta. Solo quando una persona si ammalava, allora veniva curata. Non c’erano infermiere nell’assistenza pubblica, pochi programmi per la salute su larga scala, mancavano procedure, regole.

Era anche un momento di cambiamenti sociali. Le donne marciavano per avere il diritto al voto. E di sicuro le dottoresse erano una rarità: meno dell’1%. Poche scuole di medicina erano aperte alle donne.

Josephine Baker, nata a Poughkeepsie, New York in una famiglia benestante di quaccheri, a 16 anni, quando il padre e il fratello morirono di febbre tifoidea, decise di diventare dottoressa, contro il parere della famiglia s’intende. “Solo il coro del ‘te l’avevo detto’ che mi accoglieva ogni volta, mi aiutò a non mollare tutto e tornare a casa.”

Diciamo che la sfida era il suo pane. E la medicina a quei tempi richiedeva coraggio. Cosa che a Josephine non mancava.

Lavorò nell’ospedale di Boston e nello stesso tempo in una clinica nella periferia povera della città.

E all’inizio del ‘900 divenne medico ispettore, presso il Dipartimento della Salute di New York. Il suo primo incarico fu quello di esaminare la salute dei bambini nelle scuole pubbliche. Poi venne nominata capo del Dipartimento. E da qui cominciarono a migliorare le cose.

Ecco di cosa fu capace:

– Creò programmi di medicina preventiva e di salute pubblica. Nel suo primo anno come responsabile, spedì le infermiere negli angoli più letali del Lower East Side. Dovevano visitare le neo-mamme a un giorno dal parto, incoraggiare l’allattamento al seno, e bagnetti regolari. Dovevano anche scoraggiare pratiche azzardate come quella di nutrire i piccoli con la birra o di lasciare che i loro piccoli giocassero nelle latrine. Consigli che sembrano ovvi, ma il risultato fu straordinario. Presto questa pratica venne diffusa nel resto della città e in tre anni l’incidenza di mortalità infantile calò del 40 %!

– Grazie alla Dottoressa Baker fu creata una rete di “stazioni del latte” il cui staff, formato da infermiere e dottori, offriva visite ai bambini e formule per nutrire i bimbi che non potevano essere allattati.

– Fece una lunga battaglia (vinta) per far sì che le ostetriche ottenessero la formazione e la licenza.

– Suo è lo sviluppo di un ingegnoso erogatore per somministrare l’argento nitrato ai neonati. Serviva a prevenire le infezioni da gonorrea congenita, causa sicura di cecità.

– Sviluppò una nuova formula per l’alimentazione neonatale: aggiungendo acqua, calcio carbonato e lattosio al latte di mucca.

– Creò la figura di infermiera scolastica.

– Inventò una finestra per migliorare la ventilazione nelle case.

– Creò un modello efficiente per tenere un archivio di registro medico.

– Disegnò anche un set di indumenti per bambini più economico e confortevole rispetto alle fasce usate nei ghetti.

– Fece campagne di sensibilizzazione. Come quella dove fu insegnato alle donne come riconoscere le malattie e come evitare i germi.

– Baker fu la prima a dimostrare scientificamente che i bambini avevano bisogno di amore. Il latte sicuro e l’igiene non erano le uniche cose di cui i bimbi avevano bisogno per sopravvivere.

Notare che non aveva figli.

In tutto questo, i nemici e le frustrazioni non mancavano. Quando fu nominata infatti direttrice della divisione, sei dottori, che erano stati suoi colleghi come ispettori della salute, rassegnarono le dimissioni per la “disgrazia di dover lavorare per una donna.”

Lei li persuase a fare una prova per un mese. Tutti e sei rimasero.

Alcuni si lamentarono del fatto che una dottoressa, una donna, fosse a capo del Dipartimento della città e nel 1919 ci fu una pressione considerevole per cercare di rimuoverla dall’incarico.

Ma, a detta di Josephine, forse la discriminazione più scoraggiante che dovette affrontare fu quella da parte degli studenti a cui insegnò all’università di New York:

Stavo in piedi, assediata dai banchi, zeppi di giovani uomini impazienti, duri, insubordinati. Li osservai attentamente e aprii la bocca per iniziare la mia lezione. Subito, prima di poter dire una sola sillaba, cominciarono ad applaudire fragorosamente, assordanti, sorridenti e battendo il palmo delle mani.”

Per salvare la faccia, la dottoressa Baker scoppiò in una fragorosa risata, ma alla fine della lezione il battimani ricominciò. Dovette sopportare questo, ad ogni lezione, per 15 anni.

Fu anche suffragetta. Fu tra quelle 500 donne che marciarono sulla Quinta Strada per reclamare il diritto al voto. Fu tra quelle che incontrarono il Presidente alla Casa Bianca .

Divenne consulente, funzionaria e componente del consiglio di numerose associazioni tra le quali spicca l’incarico di presidente dell’Associazione di Dottoresse.

Josephine Baker fu anche la prima donna a rappresentare gli Stati Uniti alla Lega delle Nazioni nel Comitato della Salute.

Nel 1917, quando il suo Paese entrò in guerra, capitò che il New York Times la intervistasse. Lei disse che era molto più sicuro stare al fronte che nascere negli Stati Uniti. Il tasso della mortalità dei soldati era del 4%. Quello dei bambini del 12%. Queste parole ebbero un’eco pubblica tale, che l’aiutarono a lanciare il suo programma.

Doveva avere un carattere di titanio, perché la discriminazione era davvero violenta all’epoca.

Giusto un assaggio: nel 1910 Josephine Baker e altri riformisti stilarono un progetto di legge per creare un programma nazionale di visite a domicilio e in clinica, per la salute delle madri e dei bambini, seguendo il modello di successo di New York. I repubblicani erano contrari a spendere soldi pubblici per programmi del genere, dichiararono che questo progetto puzzava di bolscevismo. Baker era a Washington il giorno in cui un giovane dottore spiegò il perché di questa posizione contraria:

Ci opponiamo al progetto perché se si salveranno le vite di tutte queste donne e dei loro bambini con la spesa pubblica, quale incentivo ci sarà per tutti i giovani uomini a studiare medicina?

Il Senatore Sheppard, presidente della commissione, si irrigidì, si piegò in vanti e chiese:

“ Forse ho capito male. Certo non volete dire che donne e bambini dovrebbero morire o vivere in condizioni di costante pericolo di malattia, affinché ci possa essere qualcosa da fare per i giovani dottori?“

Perché no?” rispose il dottore. “ Questo è il volere di Dio, no?”

Altre interessanti informazioni sulla Dottoressa Baker si trovano solo inglese purtroppo, ecco un paio di siti dove poter approfondire: http://www.harvardsquarelibrary.org/biographies/sara-josephine-baker/http://www.nlm.nih.gov/changingthefaceofmedicine/physicians/biography_19.html

In ogni caso si sa poco della sua vita privata, visto che bruciò quasi tutti i suoi scritti personali e intimi. Peccato. Comunque anche questo è un gesto emblematico del suo temperamento. Decise lei per cosa essere ricordata. La sua autobiografia Fighting for life infatti è trascinante. Speriamo che la traducano in italiano.

Ecco comunque come finisce la sua storia: la Dottoressa Baker, negli ultimi anni visse a Princeton, New Jersey, con la scrittrice e sceneggiatrice di Hollywood Ida Wylie, autrice di numerosi romanzi rosa, molti dei quali furono adattati per il cinema . Con loro visse anche Louise Pearce, scienziata della Rockefeller University che contribuì a inventare la cura contro la malattia del sonno e che viaggiò sola nel Congo Belga per provare la sua scoperta. Un bel terzetto di leonesse insomma. È pazzesco, vero? Quante storie di donne ci sono ancora da raccontare e ricordare. Allora continuiamo!

 

LETTERA APERTA AD ANNA MARIA TARANTOLA PRESIDENTE DELLA RAI

Cara dott. Tarantola,

si è concluso il Festival di Sanremo, come sempre con un grande successo di ascolti, confermando così il ruolo di televisione pubblica della RAI. Qualcosa, però, che a milioni di Italiani ha strappato una risata, a noi ha invece ingenerato una forte perplessità.

Cosa è diventato il senso della cosa pubblica se in una televisione pubblica, pagata da milioni di cittadine italiane che lavorano, con competenza, serietà, preparazione, fatica, che producono ricchezza, diventa divertente scherzare sulla “bruttezza” delle ministre? Ne va del senso della Costituzione, della Democrazia, della Repubblica, della dignità umana: è stato avvilente l’encomio delle ministre “belle” e il dileggio della ministra “brutta” con tanto di gigantografia preparata dalla regia RAI. Pagata, ripetiamo, da milioni di donne. Sono in tanti ad aver approntato questo bel pezzetto di televisione. Tutti, registi, tecnici, stagisti, tutti coloro che hanno cercato quelle fotografie di ministre “belle” e ministre “brutte” secondo il gusto del guitto di corte dovrebbero ricordarsi che sono pagati anche da milioni di donne che con il loro lavoro consentono loro di stare lì dove stanno. Sappiamo che la televisione pubblica italiana non è riducibile a quei pochi minuti di brutta televisione, e per questo l’Italia non è lontana da lei. Ma su questi scivoloni è necessario vigilare perché, altrimenti, è l’Italia tutta a retrocedere. E, come sempre, il metro di misura della vigilanza sono gli sguardi, sempre così “maschi”, sul corpo delle donne.

Eppure, l’Italia è un paese libero grazie alle donne che hanno combattuto nella Resistenza, è un paese ricco anche grazie alle donne che ogni giorno escono di casa e mantengono la loro famiglia,  i loro figli e le loro figlie, spesso i loro mariti, pagano le tasse, pagano il canone Rai, producono reddito, mandano avanti il paese, l’Italia è un paese vivo grazie alla forza delle giovani donne che ancora, spesso senza nessuna tutela, mettono al mondo figli. Soprattutto, l’Italia non è quel logoro palcoscenico di maschi che sbattono le facce di autorevolissime ministre in gigantografia e ci scherzano sopra davanti a tutto il paese, maschi che ricordano i vitelloni degli anni 50. No, dottoressa Tarantola, l’Italia è più allegra, più tenera, più erotica, più viva di questo cimitero, perché le donne italiane l’hanno presa per mano e l’hanno, già da tempo, portata definitivamente via da lì. Di questa Italia vorremmo che il servizio pubblico si facesse voce. Ed è per questo che abbiamo voluto parlarne con lei.

SeNonOraQuando – Factory

Contropiede: il 31 ottobre a Palazzo delle Esposizioni

contropiedeVenerdì 31 ottobre a Roma, Palazzo delle Esposizioni
Via Milano 9 a – dalle 10,30 alle 13
Ingresso libero

Cinque articoli della nostra Carta Costituzionale, particolarmente significativi per la loro stessa formulazione, e che riguardano più da vicino le donne, saranno commentati da altrettante donne, che negli anni hanno sviluppato riflessioni attorno a questi temi: Luisa Muraro, Giulia Bongiorno, Michela Marzano, Lea Melandri e Marilisa D’Amico.
L’iniziativa, nata da un’idea di Mariella Gramaglia, sarà introdotta da Alessandra Bocchetti e conclusa da Francesca Comencini, con la partecipazione di Lucia Mascino.

Le relatrici:

Luisa Muraro è sesta di undici sorelle-fratelli, nonna di due ragazzi, è nata nel Veneto, vive a Milano, ha scritto molto, è impegnata nel movimento femminista dagli inizi, è legata alla Libreria delle donne e a Diotima, ha dedicato una parte dei suoi studi alla mistica femminile. Il suo ultimo libro è una nuova edizione di Le amiche di Dio. Margherita e le altre, a cura di Clara Jourdan, Orthotes, Salerno-Napoli 2014. Ha raccontato la sua storia intellettuale e politica in Luisa Muraro, Non si può insegnare tutto, a cura di Riccardo Fanciullacci, Editrice La Scuola, 2013. Luisa Muraro commenterà per noi l’Art. 3
 della Costituzione.

Giulia Bongiorno, avvocata, titolare di un proprio studio legale, fondatrice dell’associazione Doppiadifesa per aiutare e dare consulenza legale gratuita alle donne vittime di violenza e discriminazioni. Il 13 febbraio 2011 ha partecipato alla manifestazione Se non ora, quando? per il rispetto e la dignità delle donne. Eletta deputata alla Camera dal 2006 al 2013. E’ stata Presidente della Commissione Giustizia, e nel 2009 Presidente e Relatrice di un disegno di legge per il doppio cognome, con la libertà per i genitori di scegliere per primo il nome della madre. Giulia Bongiorno commenterà per noi l’articolo 22 della Costituzione.

Maria Michela Marzano è una filosofa, politica e saggista. Autrice di numerosi saggi di filosofia morale e politica. Nel 2014 vince il premio letterario Bancarella con il volume “L’amore è tutto. E’ tutto ciò che so dell’amore.” Viene eletta nel 2013 alla Camera dei deputati tra le fila del PD. Fa parte della Commissione Giustizia. Ha sempre dichiarato che la battaglia per il matrimonio delle persone omosessuali è una priorità democratica e si è espressa in favore di una legge che non imponga più ai cittadini di accettare l’unico ordine simbolico della “famiglia tradizionale”. Michela Marzano commenterà l’articolo 29 della Costituzione.

Lea Melandri negli anni settanta insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli ha dato vita alla rivista «L’erba voglio», una delle voci più libere e incisive del dissenso politico-culturale e della critica antiautoritaria della società. Nello stesso periodo ha preso parte attiva al movimento delle donne. Dal 1987 al 1997 ha diretto «Lapis. Percorsi della riflessione femminile» (da poco online: http://www.serverdonne.it). Attualmente tiene corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata tra le promotrici fin dal 1987 e di cui oggi è presidente. Ha pubblicato numerosi saggi, l’ultimo è Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011).
Cittadina onoraria di Carloforte (Isola di San Pietro), ha ricevuto nel 2012 dal Comune di Milano l’ “ambrogino d’oro” come “teorica del femminismo”. (www.universitadelledonne.it).
Lea Melandri commenterà per noi l’articolo 37 della Costituzione.

Marilisa D’Amico. È avvocata e docente ordinaria di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Ha fatto parte del collegio di difesa che ha ottenuto la sentenza 151 del 2009 della Corte costituzionale in tema di fecondazione assistita. È autrice di molte pubblicazioni sulle tematiche della giustizia costituzionale e dei diritti fondamentali. Commenterà per noi l’art. 51 della Costituzione.