Lettera aperta alla Ministra Carrozza: le donne, la scuola, i programmi

maria-chiara-carrozzaGentile Ministra Carrozza,

siamo un gruppo di donne che insieme ad altre hanno organizzato la giornata del 13 febbraio 2011, giornata che è rimasta nel cuore di tutte. Le confessiamo che il grande successo di quella manifestazione ci ha riempito di gioia, ma anche ci ha lasciate sgomente dal senso di profonda e drammatica necessità che tante donne portavano nelle piazze, necessità e urgenza di cambiamento, di ossigeno. Ricorderà che in quel periodo le nostre istituzioni, il Parlamento, si trovavano impantanati in storie ridicole trasformate in affari di Stato, si votava sulla nipote di Mubarak.

Questa nostra presentazione non serve per farci grandi, ma per poter meglio far comprendere che da quel giorno la necessità e l’urgenza di cambiamento non ci hanno più abbandonate e sono diventate per noi interrogazione quotidiana.

Una lettera alle istituzioni di questi tempi è inusuale, troppo divaricata è infatti la forbice tra governanti e governati, troppa sfiducia, troppo sospetto, troppa estraneità. Ma questo non vale per Lei, signora Ministra. A parte la stima grande per la sua storia di scienziata, ci è molto piaciuto il suo discorso a Cernobbio. Anche noi pensiamo, come lei, che la politica ha fatto male alla scuola e che con questa classe dirigente omologata con poche donne  non riusciremo ad uscire dalla crisi. Ci piace quando parla di investimenti per la scuola e non di spese. Ci piace quando va a inaugurare l’anno scolastico a Casal di Principe, significando così che nessuno deve essere lasciato indietro.

Nessuno deve essere lasciato indietro. Per questo le scriviamo.

Come tutti di questi tempi avrà sentito parlare di femminicidio, di violenza contro le donne ne avrà letto, ne avrà sofferto, come ogni donna, di quel dolore speciale, dolore che un uomo, anche il più buono e pietoso, non può provare. C’è chi dice che è un fenomeno antico, che c’è sempre stato, che i numeri non sono aumentati. Fatto sta che oggi di donne ne muoiono troppe e troppe sono ancora maltrattate. E che bisogna mettere le mani urgentemente per arginare questo fenomeno antico o moderno che sia. Per lo più le donne che vivono questa disgraziata condizione, o che ne muoiono, sono stanche di essere male amate, stanche di obbedire, stanche di servire. La loro sofferenza, la loro morte svela un mondo terribilmente impreparato alla libertà delle donne.

A questo punto Lei si chiederà perché le stiamo parlando di tutto questo. La risposta è semplice. Perché, come lei, pensiamo che sia la scuola la strada più importante per uscire da questa crisi. In questo caso non parliamo di crisi economica e politica, ma della crisi profonda dell’anima di questo paese. E’ questa una grande urgenza.

Vede, noi non crediamo che si possa vincere la violenza contro le donne con l’inasprimento delle pene. Poco, solo un poco, crediamo ai provvedimenti di allontanamento dei violenti, alla loro rieducazione. Noi pensiamo che l’unica cosa che salverà noi donne da tutto ciò sia la stima di sé, il rispetto di sé, la coscienza del proprio valore, il senso della propria dignità. E’ anche noi stesse che dobbiamo rieducare, quindi, per poter riconoscere la violenza prima che accada. Niente altro ci salverà.

Siamo state molto deluse dal Decreto Legge recentemente proposto, decreto per altro senza un euro di finanziamento, che affrontava la piaga della violenza contro le donne come problema di ordine pubblico, accomunandola  alla violenza negli stadi, a chi ruba i fili di rame, ai no Tav. Questo significa non capire nulla o meglio far finta di non capire che il problema della violenza contro le donne non è il problema dei violenti ma di un’intera società.

Non crediamo neanche alle “lezioni di buona educazione” che ogni tanto insegnanti di buona volontà impartiscono nelle scuole a ragazze e ragazzi. E tanto meno crediamo sia giusto e buona la pubblicità reiterata della violenza, anzi pensiamo che faccia male, male alle ragazze per la spontanea identificazione con la vittima, con la parte debole, e male ai ragazzi per i possibili sensi di colpa e l’identificazione con la parte comunque forte. Lottare, poi, contro gli stereotipi nei libri di testo è ottima cosa ma pensiamo non basti. Per quanto ci riguarda ci auguriamo un mondo dove nessuno sia servo di qualcun altro e dove ognuno pulisca ciò che ha sporcato.

Che fare, allora. Abbiamo parlato di autostima, unica soluzione possibile. Ma la stima di sé comincia sempre prima di noi. La stima di sé per essere ha bisogno di due cose, l’ammirazione per coloro che sono venuti prima di noi e le aspettative di chi ci sta intorno. Questi sono i due nutrimenti necessari. La nostra società di aspettative nei confronti delle donne ne ha ben poche, lo sanno tutte le donne che hanno voluto e vogliono mettere al servizio della società i loro talenti, le loro ambizioni. Tutte possono, infatti, raccontare strade faticosissime. E l’ammirazione per chi è venuta prima di noi è semplicemente impedita. Le donne della storia, le filosofe, le scrittrici, le artiste, le scienziate sono dimenticate. La scuola non le racconta.

Noi crediamo profondamente nella differenza tra uomini e donne. L’uguaglianza non è per noi un valore, se non nella dignità e nel diritto. Crediamo nella differenza come ispiratrice di una giustizia migliore, una società più accogliente, più equilibrata. Uomini e donne hanno corpi differenti, differente storia, differente cultura. Noi donne veniamo da una storia pesante e dolorosa, ma che ci ha insegnato molto, questo è il nostro tesoro. Pensiamo che sia il tempo di mettere al lavoro questa differenza per una nuova concezione del mondo, per una nuova visione della società. Uomini e donne insieme nel governo della cosa pubblica, nel pensare, nel fare delle scelte che riguardano la vita di tutti, nella scienza: a questo bisogna preparare ragazze e ragazzi.

Noi pensiamo, l’abbiamo detto, che per dare forza, stima di sé, rispetto di sé alle ragazze come ai ragazzi siano necessarie delle figure da ammirare. Le ragazze hanno bisogno di figure di riferimento forti, donne forti, che hanno dato il meglio di sé, esempi da seguire. Questo è un nutrimento simbolico necessario. Ma la nostra scuola insegna solo ad ammirare gli uomini e le loro opere.

Le poche donne che restano nei programmi finiscono per rappresentare delle eccezioni, il loro potenziale simbolico è nullo, la loro forza resta intransitiva. Ai ragazzi si mostra un mondo di uomini, alle ragazze è riservato uno specchio vuoto. Questo è male per entrambi

Questo non era grave in un mondo dove le donne vivevano sotto tutela, quando non potevano accedere alle professioni, non potevano amministrare i loro beni, non votavano. Ma oggi no, oggi una ragazza sceglie cosa vuole studiare, può viaggiare, vota, può scegliere con chi dividere la propria vita, può avere figli o no, se non li desidera, può vivere dove vuole.  Ma la scuola di oggi per lei è ancora quella Ottocentesca, nelle sue linee fondamentali. Le donne non ci sono, non si ricordano, non si studiano, non esistono.

Dove sono le Maria Montessori, le donne che hanno covato l’Illuminismo nei loro salotti, Madame Curie, Santa Teresa d’Avila, le donne che hanno fatto la loro parte nel Risorgimento, le tantissime poete, le grandi scrittrici, le matematiche, Simone Weil, Hannah Arendt? Non ci sono, se non per la buona volontà di alcuni insegnanti disposti a “fuori programma”. Perché non si celebra l’8 Marzo come giorno della memoria del percorso delle donne, e degli uomini loro alleati, verso la loro libertà? Perché non si racconta ai ragazzi e alle ragazze le tappe di questo cammino luminoso?

Degli psicologi, reduci da un’inchiesta in tre licei della Regione Umbria, ci raccontavano della grande difficoltà in cui si trovano oggi le ragazze, per il semplice fatto che l’assenza di figure forti di riferimento entra in contraddizione con la libertà che godono, creando spaesamento, confusione, senso di solitudine, debolezza.

Lei non era ancora Ministra, quando si è indetto l’ultimo concorso per i nuovi docenti. Nel programma di Letteratura Italiana, su cui dovevano rispondere i candidati, su 30 autori c’era una sola donna: Elsa Morante. Anche questo è femminicidio. Si dice che le donne debbano andare avanti solo con il merito, ma alla povera Grazia Deledda, evidentemente, non è valso nemmeno il premio Nobel.

Gentile Ministra, ci rivolgiamo a lei, perché lei in questo momento è quella che può fare moltissimo contro la violenza alle donne, ma non solo, è quella che può rendere questo paese più civile, più equilibrato. La rivoluzione, non abbiamo altro termine, deve cominciare  dalla scuola, può essere solo nella formazione. Cambiare urgentemente i programmi, per dare forza alle ragazze, non farle sentire aggiunte in questa società, ma necessarie. Questo prima di tutto. Non c’è vero discorso sulla modernizzazione della scuola se non si parte da qui.

Ma non solo. Ridare dignità alla figura del docente, non farlo vivere sulla soglia della miseria, non farne un vinto. E rendere difficilissimo diventare insegnanti, che non sia una professione di rimedio ma di vera vocazione. Questo però è un altro discorso.

Se condivide quello che abbiamo detto, ci piacerebbe incontrarla per raccontarle il nostro lavoro.

Confidiamo molto in Lei. Grazie per la sua attenzione.

Se non ora quando FACTORY

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9 pensieri su “Lettera aperta alla Ministra Carrozza: le donne, la scuola, i programmi

  1. Pingback: Sulla lettera di Se non Ora Quando alla Ministra dell’Istruzione – Un altro genere di comunicazione

  2. Questa è una vera confessione dello stato d’animo quotidiano di ognuno di noi, donna uomo, di qualsiasi età. Ottimo scritto di lettera aperta, confronto passato e contemporaneo dei fatti. Empowerment…sì, è quello che ancora non si riesce a recepire nei meandri della politica. Siete grandi. Un saluto di tutto rispetto.

  3. fondamentale il passaggio sulla scuola e sui modelli al femminile che vengono completamente esclusi, ignorati. Sono con voi! Snoqcavadetirreni

  4. Pingback: Sulla violenza: lettera Snoq alla ministra Carrozza | Maschile/Femminile

  5. È quella stessa debolezza che viene generata nelle donne dall’assenza di riferimento alle donne nella formula della struttura familiare e nell’identità personale, che si fonda NON A CASO sul cognome del padre e solo su quello.

  6. Sono un’insegnante, nelle scuole secondarie di secondo grado: a me questa lettera, indirizzata alla ministra dell’istruzione e della ricerca italiana, non piace. Dice poco della scuola con la quale ogni giorno ho a che fare, forse perché chi ha redatto la lettera svolge un lavoro diverso dal mio. I problemi di sostanza della scuola, a mio parere, sono i problemi sociali, di un blocco della mobilità sociale e della mancanza di vera attenzione nei confronti delle pesanti disuguaglianze esistenti. I programmi non sono più da tempo un vincolo per l’attività didattica, il loro urgente cambiamento non è certo una priorità, non credo sia neppure da proporre la professione dell’insegnante per chi ha la vera vocazione; si tratta di un’affermazione cara alla precedente ministra che non mi trova d’accordo. La priorità è recuperare i guasti prodotti da una cosiddetta riforma che aveva come obiettivo fare cassa a spese della scuola, senza alcuna visione lungimirante.

  7. Condivido che l’unica cosa che salverà noi donne dalla violenza sia la stima di sé, il rispetto di sé, la coscienza del proprio valore, il senso della propria dignità.e che abbiamo bisogno di esempi forti da seguire. In questo la scuola può esser fondamentale

  8. Care amiche di Snoq Factory, la vostra lettera alla ministra Carrozza del 19 settembre contiene verso la fine un’affermazione che ha suscitato reazioni a dir poco vivaci. Nella lettera si afferma che occorre “rendere difficilissimo diventare insegnanti, che non sia una professione di rimedio, ma una vera vocazione”. Lo stesso giorno, sul blog Un altro genere di comunicazione, è comparsa la prima risposta di un’insegnante, precaria, che, dopo aver elencato le tappe che oggi segnano il percorso di accesso all’insegnamento, chiede: “…più difficile di così?” e afferma, a proposito di vocazione, “sono un’insegnante, non sono una suora”. Tralascio i commenti successivi, per riportarne solo uno vostro, breve, in cui ammettete una certa superficialità in quella frase, non usate più il termine vocazione, ma parlate solo di professione da riqualificare.
    Sarei molto volentieri intervenuta subito, se non avessi temuto, visto che il dibattito si era spostato dal tema e finiva per coinvolgeva la fase difficile che Snoq sta attraversando, di entrarci scorrettamente, io che di Snoq non faccio parte. Adesso, dopo l’Assemblea generale del 26-27 ottobre, mi sento di esprimere un giudizio articolato, certa che non venga letto in termini di schieramento.
    Comincio con le credenziali, perché credo che in questo contesto, in cui giustamente si parla di competenze, possa essere utile. Chi vuole può saltare un paragrafo.

    Mi sono laureata nel 1968 con una tesi sulla riforma della scuola media superiore, dopo aver studiato con due fra i maggiori pedagogisti italiani del ‘900, Lamberto Borghi e Antonio Santoni Rugiu. Ho cominciato la mia vita professionale come sociologa dell’educazione, partecipando, nel 1970-71, a due ricerche sugli insegnanti elementari e di scuola media superiore, coordinate e dirette da Marcello Dei, che qualche anno prima aveva pubblicato, insieme a Marzio Barbagli, “Le vestali della classe media”, una storica ricerca sugli insegnanti della scuola media inferiore.
    Ho poi fatto l’insegnante per alcuni anni e la sociologa per il resto della mia vita lavorativa continuando ad occuparmi, soprattutto negli anni ’80, di scuola e di formazione.
    Sono tutte credenziali “neutre”, mi rendo conto, ma dicono comunque che sul tema scuola e insegnanti parlo con competenza ed esperienza.

    Il termine “vocazione” applicato all’insegnamento credo di averlo sentito usare la prima volta circa 50 anni fa. Ritrovarlo nella lettera di Snoq Factory, mi ha quindi precipitato in un deja vu e spinto a rispondere. Non per negare in assoluto che la vocazione ci debba essere alla base dell’insegnamento, ma per dire che una dimensione vocazionale in questo lavoro c’è nella stessa misura in cui ci dovrebbe essere in tutti i lavori che hanno come materia la relazione fra le persone. A meno di non condividere un’affermazione come minimo discutibile di Don Lorenzo Milani secondo il quale gli insegnanti, come i preti, non si dovrebbero sposare (Lettera a una professoressa, pagg.72-73). Già, perché vocazione, fa anche rima con missione…

    Quando facevo la ricerca sugli insegnanti, questo tema era “caldo”. Era appena nata la Cgil Scuola, che era allora il sindacato che rompeva la dimensione corporativa dei sindacati di categoria. Chi operava nella scuola rivendicava con orgoglio il proprio essere lavoratore e non missionario e chiedeva il riconoscimento, anche economico, dell’importanza sociale del proprio lavoro. Circa vent’anni dopo, quando la Cgil Scuola in crisi aveva visto nascere i Cobas (alla sua sinistra) e la Gilda (come riedizione di un sindacato corporativo), mi capitò di scrivere, in polemica con entrambi, che gli insegnanti non erano né lavoratori o impiegati come tanti altri, come dicevano i Cobas, né professionisti, come sosteneva la Gilda, ma “funzionari” in quanto svolgevano, svolgono, la funzione che la scuola ha di trasmissione e costruzione del sapere (oggi aggiungerei, delle relazioni). Funzione politica per eccellenza.

    Introduco adesso per la prima volta un riferimento a un pensiero di donne: nel 1988 un gruppo di insegnanti del Pci scrisse una Lettera di una professoressa rivolta ai ragazzi della scuola di Barbiana, che, facendo riferimento alla Carta delle donne dell’anno prima, si rivolgeva alle insegnanti, protagoniste del movimento in corso nella scuola. Nello stesso periodo nasce e si sviluppa una riflessione sulla scuola da parte di altre insegnanti, che sfocia nella “pedagogia della differenza”. Non ho seguito in dettaglio questo processo (non insegnavo più e come sociologa mi occupavo prevalentemente di altre cose). So che in quel contesto assumeva centralità la relazione fra insegnanti e studenti come materia viva della scuola e la relazione fra insegnanti come motore della trasformazione necessaria dell’istituzione scolastica. E per quello che ricordo, in questi primi testi di riflessione femminista sul tema si parlava di lavoro, di professione, non di vocazione.

    Io penso – continuo a pensare – che l’insegnamento sia un lavoro, non come tutti gli altri, ma come tanti altri, come tutti quelli in cui il rapporto con altre persone è fondamentale, costitutivo. E vorrei proprio che non si usasse il termine vocazione, non solo per la sua valenza religiosa (mi dà fastidio anche l’uso di mission, per quanto laicizzato dall’inglese e dall’uso aziendale!), ma perché pone l’accento sulla componente della formazione professionale meno comunicabile e trasmissibile.

    A me pare infatti che l’affermazione che deve essere rese più difficile l’accesso all’insegnamento (frase che ha giustamente indignato chi oggi si sottopone a una specie di gioco dell’oca per uscire dal precariato) perché deve essere una vocazione, rappresenti una sorta di ossimoro. La vocazione o c’è o non c’è. Sono le competenze professionali, la conoscenza delle materie e della didattica che possono essere arricchite, e quindi richieste in misura maggiore, se le si ritiene insufficienti. Ma la capacità relazionale, indispensabile, la si costruisce a partire dalla scuola di base, e poi attraverso un tirocinio che non può finire con la conquista del titolo di studio o del posto di lavoro. Non è l’accesso che va reso più difficile (credo che adesso lo sia già molto), ma è la permanenza che va accompagnata, sostenuta, intervallata da momenti di studio e di confronto. Ma vi pare possibile che gli unici insegnanti che godono di un anno sabbatico sono quelli dell’Università, che nel calendario avrebbero già il tempo e nel luogo di lavoro (spesso) lo spazio per fare qualcosa di più e di diverso dall’insegnamento? Ma non voglio con questo aprire un nuovo fronte polemico…

    Volevo solo dire che, a parte qualche definizione che può avervi irritato, capisco le reazioni a quest’aspetto della lettera di Snoq Factory e su questo mi farebbe piacere discutere.
    Grazie per l’attenzione, Anna Picciolini

    Firenze 5 novembre 2013

    PS Sono fra quelle femministe che ritengono necessario superare l’uso del linguaggio maschile inclusivo, ma anche se così non fosse mi permetto di chiedervi se non sia un po’ assurdo usarlo per parlare di una categoria in cui i 2/3 sono donne. L’ho fatto anch’io in questa lettera, solo per simmetria con la vostra.

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