Ragazze con la pistola

Carla_Capponi_1di Cristina Biasini

La guerra infuria in tutto il continente. Il Paese è allo sbando: il regime dittatoriale è caduto, il governo provvisorio ha firmato un armistizio con i nemici e l’esercito è un corpo senza testa. Ora i nemici sono altri: gli alleati del vecchio regime, che con le loro truppe invadono il Paese. Lei, dal primo giorno, decide di combatterli.

Lei è lì, alle porte della capitale, nel disperato tentativo di difenderla dagli invasori insieme ad altri oppositori del regime e a quel che resta dell’esercito regolare. Vorrebbe un’arma per combattere in prima linea, ma le armi sono poche. Resta nelle retrovie, dove cura i feriti insieme alle compagne. È una battaglia cruenta e impossibile da vincere: un gruppo di donne e uomini male organizzati da una parte, una potente macchina da guerra dall’altra. Quando gli invasori entrano in città, lei non si dà per vinta. Si chiama Elena, ha venticinque anni, è colta e bella, ha tutta la vita davanti.

Il giorno dopo Elena è in strada: chi non rischia l’arresto deve andare in giro, vedere cosa succede. Anche agire, se capita. Un potente carro armato nemico attacca un mezzo dell’esercito in ritirata, che prende subito fuoco. Elena attraversa la strada di corsa, apre lo sportello incurante delle fiamme, trascina via l’autista ferito e se lo porta a casa.

La sua casa accoglie i fuggiaschi e ospita i patrioti che non si arrendono. Bisogna organizzarsi. Servono informazioni e un sistema di comunicazione. Soprattutto, servono armi. Le poche che si trovano sono destinate agli uomini. Elena non è d’accordo ma va bene così, non è una piantagrane.

In fondo, per cominciare bastano vernice e pennelli. In piena notte, Elena e compagni riempiono i muri di scritte contro l’esercito occupante. Lo sfregio più grave lo compie lei: disegna il simbolo più odiato dal regime nemico con la vernice rossa, proprio sul retro di un camion carico di armi. All’alba, la città si sveglia con il sorriso sulle labbra e una speranza di riscossa.

Gli uomini delle truppe di occupazione presidiano le piazze nelle loro camionette, armati fino ai denti. Insieme ai loro collaboratori, brandelli del vecchio regime, li trovi ovunque: nei caffè, nei cinema, sugli autobus affollati. Anche Elena va in autobus, qualche volta. E quando vede quel giovane, pressato dalla folla ma forte della sua divisa, non resiste alla tentazione. La coda dell’occhio sulla cintola di lui, un vago sorriso sulle labbra, una furbesca agilità mascherata da goffaggine, un gesto veloce. Quando Elena scende dall’autobus, la pistola del soldato nemico è nella sua borsetta.

La notte c’è il coprifuoco. Elena percorre il vicolo deserto a passo svelto. Se ti beccano è la fine. Se poi ti beccano con una bottiglia piena di benzina, è una fine bruttissima. Deve liberarsene. Il vicolo sbuca su una piazza. C’è un’autocisterna dell’esercito nemico parcheggiata davanti a un magazzino. La sentinella dorme nell’abitacolo. Elena sorride. Si avvicina all’autocisterna e si china, protetta dall’ombra. Un minuto dopo, riprende la strada di casa. Alle sue spalle un boato, poi la piazza si illumina a giorno. Elena continua a camminare, senza voltarsi.

È una fredda mattina di marzo. Le donne stazionano davanti alla caserma che gli invasori hanno trasformato in carcere, gremita di fratelli, padri, mariti. Vogliono notizie, chiedono la libertà per i loro uomini. I soldati che se le trovano davanti cominciano a perdere la pazienza. Teresa, una di loro, cade a terra freddata da un colpo di pistola. Un attimo di gelo, poi il parapiglia. L’assassino è lì, con l’arma fumante in mano. Elena lo individua subito e, senza esitare, prende la pistola dalla borsetta e gliela punta contro.

Qualche settimana dopo, mentre aspetta di entrare in azione, Elena pensa alla sua compagna Rosa. Se non fosse stato per lei, che nella confusione le ha tolto la pistola di mano e le ha messo in tasca un documento falso, non solo avrebbe ammazzato quel maledetto, ma ora sarebbe morta anche lei. Un soldato dell’esercito nemico la fa tornare alla realtà: cosa ci fa lei lì, con un impermeabile da uomo sottobraccio? “È del mio fidanzato, lo sto aspettando”, risponde Elena. Il soldato si convince e, mentre si allontana, nota lo spazzino che risale la strada trascinando un carretto dei rifiuti. I minuti scorrono veloci, come i gesti pianificati con cura. L’esplosione è fortissima, subito seguita da un’altra, devastante. Elena si allontana abbracciata al fidanzato. Sotto l’impermeabile, la divisa da spazzino non si vede.

È l’azione più eclatante di tutte. I morti sono tanti, quasi tutti militari nemici, ma anche alcune persone innocenti. La guerra fa schifo, anche se decidi di combatterla. Il nemico si inventa una nuova, mostruosa regola bellica, e la sua reazione all’attacco dei patrioti è una strage di civili.

Il dolore è grande, ma Elena non lascia che si trasformi in dubbio, in paura. Quando la guerra finisce e il suo Paese finalmente è libero, le restano il grado di capitano, un grande amore e tutta la vita davanti.

Sono passati tanti anni da allora. Della guerra si parla ancora, ogni tanto, e a volte le tocca sentire qualcuno che parla di lei e dei suoi compagni come banditi assassini. È ancora inquieto, il suo Paese. Un giorno, un fanatico del vecchio regime si presenta a casa sua brandendo una pistola. Elena ormai è anziana, ma è rimasta una combattente, e fa quello che deve fare: gli ride in faccia.

“Elena” era il nome di battaglia di Carla Capponi, partigiana, medaglia d’oro al valor militare e, dopo la guerra, deputata in due legislature. Era nata nel 1918 e ci ha lasciati il 24 novembre del 2000. La ricordiamo oggi, nell’anniversario della Liberazione, con ammirazione e gratitudine.

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