Nel cognome di mia figlia

di Elisabetta Addis su La 27esima Ora 27 gennaio 2014

addisMia figlia ha due passaporti, entrambi validi. Uno statunitense e uno italiano. Sul passaporto americano c’è scritto Marina Katharine Addis, su quello italiano Marina Katharine Waldmann. La foto è la stessa, come pure la data e il luogo di nascita, Boston 12 maggio 1989. Da molto tempo desidero raccontare la storia di come si è venuta a creare questa situazione assurda. È la storia di una mia sconfitta personale, ma è anche la storia della sconfitta della sinistra italiana e con essa dell’intero ceto politico italiano. È la storia del rifiuto del ceto politico italiano ad includere le donne nella polis. Da quando la prima ministra della Pari Opportunità, Anna Finocchiaro, nel 1996, ha annunciato che quella del cognome della madre sarebbe stata una delle prime leggi da lei proposte; a quando, oggi, quasi venti anni dopo, la Corte europea ha condannato l’Italia per il fatto di continuare a negare ai suoi figli e figlie il diritto di portare il cognome della madre, e alle sue donne di trasmettere il proprio cognome.

È una vicenda kafkiana, che ha assunto nell’ultimo periodo un aspetto di vera e propria persecuzione burocratica.

Mia figlia è nata nel 1989 a Boston Massachusetts, U.S.A.. Lì, è la madre a fare la dichiarazione all’anagrafe. Può usare il cognome del padre, o quello della madre, entrambi, o anche un terzo a piacere. Noi l’abbiamo chiamata Marina Katharine Addis. Mio marito non aveva obiezioni. Era una delle prime cose che ci eravamo promessi.

È stata registrata con lo stesso nome, Marina Katharine Addis, figlia di Robert James Waldmann e Elisabetta Addis, regolarmente coniugati dall’11 luglio 1987 presso l’anagrafe di Sassari, la città in cui io risultavo ancora residente con mia madre. Credevo di avercela fatta, ma mi sbagliavo.

Nel 1997 è nata la mia seconda figlia. Abitavamo vicino a Firenze. Avrei voluto andare a partorire in America, ma non avevo più l’assicurazione di quando ero Fellow ad Harvard, e avevo avuto minacce di aborto. All’anagrafe di Bagno a Ripoli, dove siamo andati a denunciarla, ci hanno detto che doveva obbligatoriamente avere il cognome del padre, quindi Waldmann. Infatti la legge italiana obbliga senza eccezioni a portare il cognome del padre se i genitori sono coniugati alla nascita. L’unica possibilità è se la madre è nubile: e anche allora, con il riconoscimento diventa obbligatorio aggiungere il cognome del padre. Per mantenere un legame con la sorella, noi abbiamo deciso allora di dare alle due sorelle gli stessi nomi, invertiti. Per cui la prima era Marina Katharine, la seconda sarebbe stata Katharine Marina. Che sono poi i nomi delle due nonne, perché evidentemente noi alle genealogie ci teniamo! Ma con due diversi cognomi.

Ma quando bagno a Ripoli ha trasmesso gli atti a Sassari, il Comune di Sassari si è i rivolto al magistrato. Infatti una convenzione (convenzione di Londra) del 1995 aveva modificato il regime internazionale per cui dal 1995 in poi ha valore la legge del paese di residenza e non più quella del paese di provenienza. Per cui, quando nell’89 mia figlia è stata registrata a Sassari come Marina Addis, era possibile farlo. Nel 1997, invece, non era possibile farlo, e, secondo la funzionaria donna dell’anagrafe, non era neanche più possibile mantenerlo! Il magistrato applicando retroattivamente la legge ha ordinato il cambiamento del cognome. Pertanto, e a tutt’oggi, nei documenti italiani la prima figlia risulta Marina Katharine Waldmann. Nei documenti americani risulta Marina Katharine Addis. E io risulto, in Italia, avere due figlie con lo stesso nome e cognome, una Marina Katharine Waldmann e l’altra Katharine Marina Waldmann, nate a nove anni di distanza dallo stesso padre e dalla stessa madre.

Va aggiunto che nessuna notifica ci fu fatta di questi provvedimenti. L’ho scoperto casualmente nel momento in cui sono andata a richiedere uno stato di famiglia. Mia figlia aveva allora 10 anni, e per quei 10 anni si era sempre chiamata Marina Addis.

Ho chiesto un consiglio ad un legale, mi ha detto che non avevo alcuna possibilità, date le normative, di farle avere solo il mio cognome. Potevo chiedere al Presidente la grazia di aggiungere il mio cognome. Non era quello che volevo. Abbiamo inoltre pensato – era il 1997- che la legge sarebbe arrivata visto che era stata annunciata, e dopo che ci fosse stata una legge italiana in merito avremmo potuto procedere. Era tra l’altro un periodo in cui ero depressa per la morte di mio fratello e per una bruciante sconfitta accademica, da parte di baroni della sinistra. E la vicenda, raccontata ad alcuni e alcune amicizie politicamente influenti, non pareva sollevare alcun interesse. Non ho presentato appello, ho deciso di stare ad aspettare e vedere.

La legge non è mai venuta, a 18 anni mia figlia ha voluto andare a studiare in Francia, dove avrebbe avuto agevolazioni a iscriversi con i documenti italiani di cittadina comunitaria piuttosto che con quelli americani, per cui ormai lei ha il diploma di maturità come Addis, ma la laurea francese come Waldmann.

Lascio aperto il dubbio che questa vicenda le abbia causato problemi di identità. Lei dice solo che le è molto scocciato passare dall’inizio alla fine dell’alfabeto. Io credo che sia stato violato il suo diritto al nome, che aveva portato per 10 anni. Sono però altrettanto certa che per me e per molte altre donne non poter trasmettere il cognome ha significato una mutilazione della identità e una diminuzione dello status, che avrei voluto che a mie figlie fossero risparmiate.

C’è un ulteriore piccolo sadico strascico della vicenda. Alla nascita è le stato attribuito regolarmente il codice fiscale DDSMRN89E57I452L, che partiva dal cognome Addis. Dopo il cambio di nome, è stato attribuito un nuovo codice fiscale, che partiva dal cognome Waldmann. Non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale o informale neanche di tale cambio di codice fiscale.

Di recente la mia dichiarazione dei redditi del 2009, che era stata sempre accettata negli anni passati con le detrazioni per le figlie a carico con il vecchio codice fiscale e che viene presentata sempre dallo stesso commercialista, è stata soggetta ad audit dall’agenzia delle entrate in quanto il codice fiscale della prima figlia suddetto non risulta all’anagrafe fiscale, e mi sono state contestate le detrazioni per la figlia, (come da documentazione allegata 4a, 4b, 4c). Secondo loro, quindi, avrei dovuto restituire allo Stato un paio di migliaia di euro.

Ecco, questa è la storia.

Ringrazio le amiche di Se Non Ora Quando Factory di avermi chiesto di scriverla. Michela Murgia ha scritto raccontare è possibile solo se c’è un pubblico che lo chiede. Ringrazio Cecilia d’Elia per avere parlato dell’importanza del cognome in Nina e i diritti delle donne. Ringrazio Iole Natoli per il lavoro testardo che ha fatto sul nome, ringrazio la coppia che ha ricorso alla Corte Europea e ringrazio la Corte. Per molti anni – dal 1997 a dopo il momento in cui Se Non Ora Quando Factory ha messo il tema fra quelli di cui voleva occuparsi- pur rimanendo intimamente convinta delle mie ottime ragioni, io mi ero rassegnata al fatto che non avrei mai trovato, in Italia, né ascolto né ragione.

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