Un asse femminile trasversale per la riforma della legge elettorale

di Giorgia Serughetti su Donneuropa 21 gennaio 2014

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Nel fervore del dibattito sulla riforma della legge elettorale, tra profonde sintonie e profondi disaccordi tra i leader, sembra che ci si sia scordati delle donne. Le donne che in questa legislatura hanno raggiunto la più elevata presenza in parlamento di ogni tempo, ma che sanno di dover vigilare se non vogliono che le istituzioni del futuro tornino a colorarsi tutte d’azzurro.

Di grave disattenzione hanno parlato stamattina alla Camera le deputate di (quasi) tutti i gruppi – rappresentate da Roberta Agostini (Pd), Titti Di Salvo (Sel), Dorina Bianchi (Ncd), Elena Centemero (Fi), Gea Schirò (Per l’Italia), Irene Tinagli (Sc), Pia Locatelli (Psi) – che hanno dato appuntamento alla stampa per dichiarare la loro intenzione di fare asse tutte insieme, trasversalmente ai partiti, per ottenere l’introduzione di norme antidiscriminatorie nella nuova legge elettorale, qualunque sarà alla fine il modello approvato.

Su quale sia il migliore, naturalmente, i pareri sono molto diversi (Centemero di Forza Italia ribadisce per esempio la contrarietà alle preferenze, che “aprono le porte ai signori dei pacchetti di voti”), ma un punto resta fermo: dare piena applicazione all’articolo 3 e all’articolo 51 della Costituzione, con cui la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli alla piena uguaglianza e a favorire la parità di genere nelle cariche elettive.

“Non stiamo parlando di quote”, ci tiene a precisare in apertura Roberta Agostini, “ma di norme antidiscriminatorie. Anche nelle audizioni in commissione Affari costituzionali i pareri degli esperti hanno fatto emergere sia ragioni di giustizia sia ragioni di efficienza per garantire la parità”. Le fa sponda Titti Di Salvo, vicecapogruppo di Sel alla Camera, che chiarisce “non è solo un fatto di democrazia, ma di qualità della democrazia” e cita a sostegno anche un rapporto della Banca d’Italia, secondo cui “c’è un legame misurabile tra la presenza delle donne nelle istituzioni e da un lato la riduzione della corruzione, dall’altro l’investimento in istruzione e infrastrutture sociali”. Senza le donne, di questi investimenti “non si ricorda nessuno”, incalza Irene Tinagli di Scelta civica.

Grande unità, dunque, molta voglia di lavorare insieme al di là delle differenze per ottenere risultati comuni. Fuori dal parlamento, del resto, l’unità su questo tema è stata sperimentata da tempo dall’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria, presente oggi alla conferenza stampa con molte organizzazioni tra cui Udi, Rete per la parità, Aspettare stanca e Se non ora quando, che proprio oggi esce con un comunicato in cui parla di “emergenza democratica” e chiede, anzi “pretende”, che nella nuova legge elettorale siano 
indicate “precise azioni per assicurare, quale che sia il
 sistema prescelto, norme che garantiscano una presenza paritaria
 delle donne”.
Come si legge ancora nella nota, le donne siedono oggi in parlamento non “grazie alla legge, ma malgrado la legge, per la decisione di alcune 
formazioni politiche di scegliere le candidature attraverso 
elezioni primarie, con l’uso della doppia preferenza o
 designazioni online”.

Nelle due camere le prove generali del patto trasversale tra donne sono state fatte al tempo della ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza. Qui, però, la strada sembra molto più in salita. Basti pensare che una delle forze politiche che ha portato più donne in parlamento, il Movimento 5 stelle, non solo oggi ha marcato la sua assenza al tavolo delle deputate degli altri gruppi, ma proprio in contemporanea ha fatto arrivare forte e chiara la sua visione del problema per bocca di Riccardo Nuti in commissione per la riforma
 elettorale: “Il voto di genere è una
 cazzata. Serve solo a controllare il voto”.

La battaglia si annuncia aspra, e il tempo corre. Non c’è solo il porcellum decaduto, ma anche le elezioni europee in primavera. Su questo porta l’attenzione Pia Locatelli del Psi, che avverte: “Con l’attuale sistema, se non cambiamo, potremmo avere liste con zero donne!”. Per questo propone (e ha presentato un disegno di legge in parlamento in questo senso) l’introduzione di norme antidiscriminatorie e la doppia preferenza di genere: “Rinunciamo all’espressione di una preferenza (attualmente se ne possono esprimere tre), ma vogliamo che siano diverse per genere. Questa misura, laddove è stata applicata, ha sempre portato ad un aumento importante nel numero di donne elette”.

In conclusione arriva anche l’impegno delle donne a presentare emendamenti congiunti in caso di necessità. Perché se c’è una cosa che tutte hanno capito dei propri partiti è che non sarà mai dagli uomini a venire l’iniziativa. Molte anzi parlano di “arretratezza culturale dei nostri leader politici, che fanno una fatica tremenda a prendere in carico questi temi”. Poco incoraggiante notare, del resto, che oggi tra il pubblico gli uomini erano quasi del tutto assenti. E i pochi presenti rimanevano in piedi, accanto alla porta, pronti a scivolare via.

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