Cognome materno, l’ultima parola alle donne

di Titti Di Salvo su L’Unità 18 gennaio 2014

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Dopo la sentenza della corte europea dei diritti umani finalmente anche in Italia si discute del cognome da assegnare ai propri figli e alle proprie figlie. A scanso di critiche: a noi è chiaro che questa non è una misura salvifica della drammatica situazione che le donne vivono nel nostro Paese, ma teniamo a sottolineare l’importanza simbolica che ha, e quanto il dibattito che si è aperto in Italia sia arretrato. Dando uno sguardo all’Europa ci accorgiamo che, per quanto le legislazioni siano leggermente diverse l’una dall’altra, in tutti i Paesi Europei hanno fatto corrispondere a un nuovo e mutato ruolo della donna nella famiglia e nella società un vero e proprio aggiornamento dei codici e delle leggi.

In Italia, invece, non è mai il tempo di cancellare nel Paese, nella politica, nel linguaggio e nelle leggi il maschilismo (neanche tanto) latente, se non quando, a colpi di sentenze, emerge quello che molte cittadine denunciano da anni: poter dare alla propria figlia o al proprio figlio il cognome materno determina una via crucis burocratica dalla quale con difficoltà si uscirà vincitrici.

Il motivo è sempre lo stesso: la prassi. Quella prassi che ci porta a dover chiamare le ministre donne «ministro» – con conseguenti paradossali affermazioni come «il ministro è incinta» – o che ci obbliga a dover scomparire simbolicamente dal nome dei nostri figli, quei figli che abbiamo generato e accudito. Quella prassi in cui noi donne non troviamo mai posto: linguaggio e regole, di un mondo creato e concepito al maschile, cancellano puntualmente il corpo, il nome, la differenza delle donne.La sentenza della Corte Europea ci dà la possibilità di mettere in discussione, partendo dalla punta dell’iceberg, i diritti millenari del patriarcato e di rimettere al centro il tema fondamentale: la relazione materna. C’è un filo rosso, infatti, che lega indissolubilmente la discussione sul cognome della madre con il modello di famiglia che un Paese sceglie. Dare, sulla base di una libera scelta, ai propri figli/e il cognome del padre, della madre o di entrambi i genitori, e poi ai figli la possibilità, raggiunta la maggiore età, di decidere quale cognome tenere, vuol dire riconoscere e accettare che nelle relazioni familiari non esiste una patria potestà maschile, né come diritto esclusivo alla sicurezza della prole né come controllo del corpo femminile. Ma c’è di più. Nella nostra proposta di legge Nicchi-Di Salvo proponiamo di assegnare il cognome materno, in caso di disaccordo fra i coniugi, per affermare il valore primario della scelta di una donna di essere madre.

Al piano simbolico del cognome corrisponde un piano materiale, l’assenza dell’uno riporta tragicamente all’assenza di qualsiasi supporto alla maternità: welfare e servizi, incentivi di natura economica e non solo, un lavoro che non cancelli i tempi di cura e – per le più giovani – un lavoro e basta.

Quello che ci saremmo augurate è che alla sentenza della Corte corrispondesse l’entrata del cognome materno nel lignaggio di famiglia e della maternità libera nelle politiche del Paese, ad esempio facendola diventare a carico della fiscalità generale. Quello che ci ritroviamo, invece, è un rafforzamento della patria potestà. Con il decreto del governo, infatti, non si avrà finalmente un riequilibrio, ma spetterà all’uomo un potere in più, quello di concedere la licenza del cognome materno.

Ancora una volta ci tocca puntare i piedi, pretendendo la prima parola e l’ultima.

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Un pensiero su “Cognome materno, l’ultima parola alle donne

  1. Bellissimo articolo. In Italia è diventata una lotta al contrario per le donne. Non lottiamo per avere di più, lottiamo per non perdere i diritti acquisiti! Basta col patriarcato, ci fanno sentire come se vivessimo in Iran. Tra un pò ci affibbiano il burqa!

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