La partita europea sull’aborto

di Cecilia d’Elia su La 27esima Ora

ceciliaLa bocciatura al Parlamento Europeo della proposta di risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (Sexual and Reproductive Health and Right) di cui era relatrice la socialista Estrela in Italia ha fatto molto clamore perché tra le astensioni che l’hanno resa possibile vi sono quelle di sette parlamentari del Partito Democratico. Titoli di giornali e argomentazioni, sia tra i critici che tra i difensori di tale scelta, hanno in genere attribuito alla proposta di Estrela l’affermazione del “diritto di aborto” come diritto umano.

Non riuscivo a crederci e ho deciso di leggere il testo della risoluzione bocciata.

Per quel che io ne so le donne difficilmente rivendicano l’aborto in sé come diritto, e se parlano di diritto in genere si riferiscono al potere di decisione su quando e se diventare madri.

E così fa anche la risoluzione Estrela. Nel testo si parla di diritti sessuali e riproduttivi (SRHR), così come del resto fa anche l’ordine del giorno del Partito Popolare che è stato approvato. La risoluzione Estrela chiede però all’Europa, pur riconoscendo che sono materie di competenza delle legislazioni nazionali, di garantire uguaglianza di tali diritti nel suo territorio, denunciando le differenze presenti in tema di salute riproduttiva, contraccezione, educazione sessuale, interruzione di gravidanza, ecc.

Chiede che la salute riproduttiva divenga parte integrante delle politiche per la salute dell’Europa. Sostiene che l’interruzione di gravidanza non sia un mezzo per il controllo della nascite, ma si preoccupa di garantirne la possibilità, ponendo anche il tema della diffusione abnorme dell’obiezione di coscienza in molti paesi. Il cuore del testo è la salute riproduttiva, tutelata dai diritti riproduttivi che sono educazione, contraccezione, possibilità di decidere quando essere madre e di compiere scelte informate e consapevoli. Per questo afferma che

«il diritto ad una educazione sessuale completa è un diritto umano».

In relazione all’aborto, che appunto «non è mezzo di controllo delle nascite» si parla di accesso ad aborto sicuro e legale. Dopo le parti che riguardano l’educazione, l’informazione, l’accesso alla contraccezione come prevenzione delle gravidanze indesiderate si «raccomanda che, come tematica che tocca i diritti umani e la salute pubblica, i servizi di qualità per l’aborto siano resi legali, sicuri e accessibili a tutti, nell’ambito dei sistemi di salute pubblica degli Stati membri».

Del resto anche la nostra 194 parla di diritto alla salute femminile e sulla base di questo motiva la possibilità della donna di decidere di interrompere la gravidanza, sulla scia di una sentenza della Corte costituzionale del 1975 (n. 27, 18 febbraio 1975) che riconosce la non equivalenza tra il diritto alla vita e alla salute di chi è già persona e quello di chi ancora lo deve diventare. Il testo di legge approvato in Italia nel 1978 non dice autodeterminazione, lascia la decisione alla donna e determina in quali casi e in che forme per una donna è possibile interrompere una gravidanza.

Invece, ben oltre la lettera della legge, le donne hanno saputo affermare il principio di autodeterminazione nella società. Lo hanno fatto quando hanno illuminato e reso oggetto di discorso pubblico una delle esperienze più rimosse e indicibili dell’umanità femminile. Lo hanno fatto mettendo al mondo la soggettività femminile, parlando di corpo, sessualità, relazioni, della maternità come scelta e non più come destino. Di questo diritto di scelta la possibilità di abortire ne fa parte come uno scacco, non è mai semplice signoria individuale sul proprio corpo, ma un’esperienza propria delle donne intraducibile nel linguaggio asessuato del diritto. La grammatica di questo infatti presuppone l’esistenza di individui autonomi, separati, neutri e spogliati del proprio corpo. Ma nelle donne, nella loro possibilità di essere incinta la relazione è tratto essenziale e fondante, ed è interna alla singolarità, alla sua coscienza. Qui vi è un paradosso, una differenza insopprimibile tra esperienza femminile e maschile della corporeità. Una differenza che ancora non ha trovato cittadinanza e che genera sempre scarti con il linguaggio del diritto. Ma non per questo credo si debba rinunciare ad affermare il diritto alla salute delle donne, di cui la salute riproduttiva è tratto essenziale e dunque anche i cosiddetti SRHR.

Farlo in autonomia, riprendendo la parola femminile sulla sessualità, la maternità, l’aborto, affinché l’autodeterminazione sia principio della cittadinanza europea.

Ma a questa idea di cittadinanza femminile il Parlamento europeo ha detto no, rifiutando la risoluzione Estrela e adottando il testo dei Popolari, che rimanda agli Stati membri la competenza sulla salute riproduttiva e in generale sui SRHR. Una scelta antieuropeista e una scelta di deresponsabilizzazione, che copre politiche regressive, come quelle della Spagna, dove i Popolari al governo, hanno presentato un progetto di legge che cancella la possibilità per le donne di interrompere una gravidanza non desiderata.

Spiace che chi si è astenuto, nella migliore delle ipotesi, non abbia capito.

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