Riallacciamo la relazione politica tra donne dentro e fuori le istituzioni

di Titti Di Salvo

tittidisalvoVi voglio raccontare come è andata la discussione in aula alla Camera sul decreto sulla Pubblica Amministrazione. Succede sempre più spesso che i decreti si occupino di argomenti molto diversi tra di loro. In questo caso il decreto 101 si occupa di Pubblica amministrazione e di concorsi per stabilizzare le persone che hanno contratti di lavoro precari: in verità troppo poche, moltissime altre persone rimarranno senza lavoro alla fine di dicembre e i servizi pubblici senza personale . Ma nelle pieghe del Decreto c’è una novità che riguarda soprattutto le donne, di cui sono orgogliosa e che ha a che fare con la legge Fornero sulle pensioni, ma che è stata totalmente oscurata dai media.

Già durante la discussione parlamentare su un decreto precedente avevamo (come gruppo Sel) aperto in aula un dibattito, che si è ben presto infuocato, su alcune storture della legge Fornero che pesano sulle spalle delle donne (e non solo).

Sulla legge Fornero, che ha cambiato le regole per andare in pensione, i giudizi sono stati molto diversi: molti ne hanno sostenuto l’inevitabilità per ragioni di bilancio pubblico, altri la necessità per l’equilibrio stesso del sistema e così via. Il mio giudizio sui contenuti della legge è stato molto negativo perché opera un violento innalzamento dell’età delle donne per andare in pensione, perché condanna i giovani precari di oggi a essere i futuri anziani poveri di domani, perché ignora una verità elementare e cioè che non è la stessa cosa andare in pensione a 70 anni se lavori in una corsia d’ospedale, in un asilo nido, in una fabbrica o all’università. Tra le ingiustizie della legge (c’è un ampio catalogo, basta pensare agli “esodati” e moltissime di loro sono donne) c’è la riduzione dell’importo della pensione, per le persone, soprattutto donne, che vanno in pensione con meno di 62 anni (cosa possibile entro il 2017) ma hanno alle spalle periodi di contributi figurativi. Si tratta cioè di periodi di assenza dal lavoro per alcune ragioni: la cassa integrazione in deroga o straordinaria, l’uso di permessi per accudire persone disabili, l’aspettativa facoltativa  per  maternità e i permessi per accudire i figli (congedi parentali). Avrei voluto cancellare l’intera norma la cui ingiustizia grida vendetta. Non ci sono riuscita, ma siamo riusciti (tutto il gruppo di Sel con un forte ostruzionismo in aula cessato solo con l’approvazione di questo emendamento) a far cancellare le penalizzazioni per la maternità e i congedi parentali con lo stanziamento dei 30 milioni di euro necessari. Lo considero un piccolo contributo concreto e simbolico  per migliorare la vita delle donne (e degli uomini), un tributo a quella rappresentanza che hanno diritto di avere in Parlamento.

Ed è proprio questa la discussione che vorrei aprire all’interno del movimento: cosa vuol dire e come si esercita la responsabilità della rappresentanza delle donne nella casa di tutti i cittadini per chi come me e – come altre – rappresenta il proprio partito e movimento politico nelle cui fila è stata eletta ma è legata profondamente per storia, cultura, convinzione al movimento delle donne? E cosa vuol dire per chi sta fuori dal Parlamento?

Questo è il Parlamento con il più alto numero di donne fino ad ora mai visto perché la sua elezione è stata preceduta dal protagonismo dei movimenti delle donne e dal 13 febbraio.

Fin’ora solo sul grande tema della violenza si è intrecciata la relazione politica tra le donne fuori e dentro il Parlamento.

Ma la vita delle donne è fatta di tante cose, trasversali ad ogni discussione politica (come dimostra l’esempio che ho fatto prima) su cui le indicazioni, gli spunti, le critiche o le semplici osservazioni del movimento delle donne alle donne dentro le istituzioni  sono assenti, su cui quindi non c’è la voce e la forza della relazione politica tra donne. Questo in un certo senso, non vuol dire disperdere e non capitalizzare il grande risultato del parlamento più rosa della storia? Come movimento Se non ora quando? ci siamo caratterizzate per la ricerca di un rapporto con le istituzioni, cosa che ha segnato anche la diversità rispetto al movimento femminista storico.

Forse oggi è arrivato il momento di dire non solo che vogliamo incidere sulle istituzioni e sulla politica istituzionale, ma è ora di andare più a fondo. Se non ora quando?

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