Un’opinione sul decreto (securitario) contro il femminicidio, o del non voler essere protette

di Sara De Simone

Sara De SimonePassa alla Camera il decreto contro il femminicidio. Sì, lo chiamano tutti così, politici e giornali, anche se non si tratta affatto solo di questo.

Una deputata del M5S (che non ha votato il Dl) lo definisce “decreto macedonia”. Non è male come sintesi, visto che in un certo senso siamo alla frutta. Dell’autodeterminazione delle donne.

C’è chi saluta questo decreto come un grande passo per il nostro Paese. Eh si, finalmente “le donne ora potranno contare su una tutela più attenta e incisiva contro ogni violenza di genere”, dice la relatrice del provvedimento. Più tutele per le donne, evviva.

Più tutele per questo sesso debole a cui vengono dedicate le chiacchiere nei salotti tv del pomeriggio, e lunghissime trasmissioni serali per raccontare esattamente come la poverina è stata ammazzata, esattamente come, dove è stata colpita, per quanti minuti è stata trascinata.Femminicidio ormai è una parola glamour, se la conosci sei al passo coi tempi, se la pronunci puoi perfino passare per un maître à penser. Non era questo quello che speravo quando ho combattuto, insieme a tante altre, più di un anno fa, perché a questo termine specifico venisse dato peso e valore.

La deputata Titti Di Salvo di Sel dice: “il tema della No Tav va dentro, sotto il corpo delle donne, viene portato dentro il corpo delle donne e si avvia per quella strada”. Ecco uno dei nodi centrali del problema.

Perché non fare un decreto specifico? Perché nascondere sotto il titolone “decreto contro il femminicidio” una serie di altre misure del pacchetto sicurezza, come le foglie sotto il tappeto? E che tappeto carino. Un tappeto cucito su misura per le donne, con tanto spazio dove inserire sorprese e secondi fini taciuti.

In fondo le donne sono generose, sono abituate ad accogliere: facciamo una cosa per loro, e mentre la facciamo non si offenderanno se approfittiamo per farne altre. Tipo l’inasprimento delle pene per i furti di rame. O la militarizzazione della Val Susa.

Che c’entrano con le donne? Ma dai, su, non importa… l’importante è che si faccia questo grande passo! Non importa “come”, importa “cosa”. Non fare la femminista impicciosa, siamo davanti a un provvedimento fondamentale. Ingoia l’amaro e prendi tutto il bene.

Mi dispiace, non mi convince. Così come non mi ha mai convinto la frase “non importa come se ne parli della violenza sulle donne, l’importante è che ne se parli. Solo così aumenta la sensibilità del Paese”. Sensibilità del Paese…e la consapevolezza? Delle donne, degli uomini?

“Sensibilizzare”, che incubo questo verbo. Mi ricordo che ce lo facevano usare alle scuole medie, perché dovevamo “sensibilizzarci” ai problemi del mondo…facendo piccole recite, scrivendo piccoli temi, un pensiero sulla morte di questo o di quello.

L’importante è che se ne parli. Quindi va bene che alle otto di sera una trasmissione incline alla necrofilia mi spieghi con precisione quale vena è stata recisa ad una morta ammazzata dal marito? E il numero di volte in cui l’ha colpita? Erano dieci o tredici le coltellate? E gli attori che rimettono in scena gli ultimi momenti della vittima, vogliamo parlarne?

Ma si, l’importante è che se ne parli. E una giovane ragazza, guardando questa trasmissione, che beneficio ne trarrà? E un giovane ragazzo che modelli avrà, che immagine di sé? E una donna che ha subito violenze e insulti nella sua vita (come quasi tutte), si sentirà sollevata nel vedere che se ne parla?

Il problema della violenza contro le donne affonda le sue radici profonde nell’incapacità del mondo (maschile) di accettare la libertà delle donne. Lo sappiamo, lo ripetiamo, lo enunciamo, qualcuno ormai lo recita come una poesiola, o leggendolo sulla cartellina da presentatore.

Il mondo non accetta la libertà delle donne. Veramente spesso neanche le donne accettano la libertà delle donne, comprese se stesse. E noi di tutta risposta che cosa facciamo? Facciamo passare un decreto securitario, in cui la libertà delle donne non esiste, non è contemplata, in cui si conferma quanto questa libertà non sia accettata, ma soltanto “tollerata” nell’ipotesi tranquillizzante in cui queste poverine devono essere tutelate, protette. Protette perché deboli e incapaci di difendersi, protette perché non libere. E allora sì, che si può riconoscere alle donne la libertà di non avere libertà!

Donne che siete in Parlamento e avete votato questo Dl, una domanda da una giovane venticinquenne un po’ arrabbiata, cercate di capirla… deputate, politiche, ma voi veramente credete che questo sia un ottimo provvedimento? Ma voi, veramente, in buona fede, pensate che questo decreto non colpisca la libertà delle donne di questo Paese? Immagino la risposta. Dobbiamo pensare ai fatti. Dieci milioni stanziati per il piano antiviolenza. E’ l’inizio di un percorso, poi si faranno tante altre cose!

Care deputate, io mi rivolgo soprattutto a voi, perché nella mia illusione di giovane femminista voi sareste le prime rappresentanti delle donne di questo Paese. Care deputate, non si poteva fare un decreto a parte? E se proprio non si poteva fare, c’è bisogno di fingere tutto questo entusiasmo nelle dichiarazioni? Non si poteva, chessò, dire “questo è quello che riusciamo a fare, ed è già importante”. Bisogna per forza declamare che è una cosa eccezionale, con tutti questi superlativi, tutti questi “finalmente”?

Care deputate, io non voglio essere protetta da nessuno. Sopratutto se di questa “protezione” si fa un uso senza scrupoli, se si usa la mia pelle e quella di tutte le donne per far passare misure indegne, se il mio corpo diventa ancora una volta e sempre uno strumento dove io non esisto più, dove sono la copertina sotto cui nascondere altri fini, altre mire, altri obiettivi.

Il tema della Tav sotto il corpo delle donne, dentro il corpo delle donne. Che immagine giusta: noi siamo OSPITI. A noi compete solo ospitare. Sui nostri corpi e dentro i nostri corpi si continuano a infilare e sovrapporre e appoggiare altre cose. Cose non nostre. Cose che non ci riguardano. Cose che non ci aiutano. Che ci mettono insieme a tutto quello che sfugge al controllo e alla “sicurezza” del Paese.

Mi fa specie pensare che siamo proprio noi donne, minacciate e offese ogni giorno perché sfuggiamo al controllo, perché non diciamo più sempre “si”, ad essere l’oggetto principale di una misura securitaria! C’è qualcosa di incredibile in tutto questo. Sarebbe comico, se non fosse molto pericoloso.

Le donne vengono uccise perché libere, e lo Stato, grande maschio, vuole proteggerle per confermare che non sono libere. “L’importante non è come, l’importante è cosa”. “Se già avremo salvato una vita in più, sarà un successo”. E le vite di tutte quelle giovani ragazze che assistono alla continua vittimizzazione, al quotidiano depotenziamento del loro sesso? E le vite di tutti quei giovani uomini che non sanno dove cercare se stessi senza sentirsi bestie?

E la mia vita? La mia vita che non ha bisogno di essere salvata, ma di essere riconosciuta? Ci sarà mai spazio per questo?

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