Se a Lampedusa naufraga lo Stato-nazione

di Giorgia Serughetti

giorgia_serughetti_3Solo poche settimane fa si è abusato della metafora della nave per legare i destini del gigante Concordia a quelli del nostro paese: il relitto rimesso in condizioni di navigare, l’Italia che potrebbe salvarsi dallo sprofondo.

Oggi ogni uso figurato dell’immagine della barca che affonda impallidisce, provoca persino un senso di vergogna di fronte alla notizia di 111 morti accertati, di cui la metà sono donne, e centinaia di dispersi nelle acque del Mediterraneo, al largo di Lampedusa. È un’ecatombe, il mare “è pieno di cadaveri” ha detto tra lacrime di rabbia la sindaca Giusi Nicolini.

Eppure c’è un senso in cui queste vite alla deriva, tragicamente stroncate nel tentativo di raggiungere la sponda di un altro continente, si legano in profondità al destino politico di uno Stato.

Nessuna immagine è potente come quella del naufragio nel risvegliare la nostra consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana. È la figura più evocativa forse perché la più antica. Da secoli, in letteratura, il topos del naufragio è l’incontro con l’ignoto, l’oscurità, l’inconscio, è la linea d’ombra in cui la ragione si perde. È l’abisso in cui il mortale va incontro alla morte.

I morti del Mediterraneo non sono solo la tragica evidenza di perduranti emergenze umanitarie, o di povertà croniche che spingono a intraprendere viaggi in condizioni spaventose, sfidando la natura e la crudeltà dei propri simili. Ci parlano di “vite precarie” – come titola il saggio di Judith Butler (Meltemi, 2004) scritto dopo l’11 settembre e gli orrori prodotti dalla “guerra al terrore” –, ci parlano della vulnerabilità della condizione di ogni essere umano. E così ci interrogano sullo Stato-nazione, su un corpo collettivo che cerca un illusorio quanto pericoloso riparo a questa vulnerabilità erigendo barriere insuperabili.

È Butler a suggerire un parallelo tra la vicenda dello Stato e quella del soggetto, e così a criticare, affermando la necessità di superare una nozione (maschile, fallocentrica) del soggetto sovrano, autonomo, autofondato, una altrettanto obsoleta visione dello Stato-nazione che si difende rafforzando il suo involucro esterno ed esercitando violenza verso l’Altro come nemico.

La psicosi dell’“invasione” che ha prodotto consenso intorno a politiche indegne di un paese democratico, come quelle dei respingimenti in mare, è il riverbero, e a sua volta si riverbera sull’ansia con cui l’Io difende i propri confini. E il razzismo, l’omofobia, il sessismo, la violenza sulle donne, sono tutti fenomeni – psichici e sociali – da comprendere a partire da questa paura che accompagna le relazioni di dipendenza e di prossimità.

Ciò che un soggetto sovrano e uno Stato sovrano così concepiti rifiutano è la possibilità della dipendenza tra esseri umani e dell’interdipendenza globale: la permeabilità del confine che riguarda ogni individuo e fonda la possibilità stessa delle sue relazioni con gli altri, dentro lo Stato e attraverso il pianeta.

Il riconoscimento della vulnerabilità come caratteristica dell’umano è alla base della possibilità del riconoscimento e della convivenza. Riconoscersi reciprocamente come esseri strutturalmente dipendenti è il punto di partenza per immaginare un mondo in cui la vulnerabilità sia protetta e non annientata.

Per questo commuovono i racconti che ci arrivano da Lampedusa, quelli di cittadini e cittadine che da decenni, spesso nel silenzio dei media e abbandonati dalle istituzioni, soccorrono come possono i superstiti di queste tragedie, vestendoli con i propri vestiti, riscaldandoli con i propri corpi. Per questo oggi si chiede per l’isola il Nobel per la Pace.

Perché non c’è miglior definizione di pace di quella che nasce dal sentimento dell’interdipendenza, dal riconoscimento – nient’affatto retorico – della comune umanità.

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2 pensieri su “Se a Lampedusa naufraga lo Stato-nazione

  1. Condivido fino alla conclusione, perché guardo con sospetto l’idea di Premio Nobel dato a una collettività invece che a una singola persona. Immagino che il conferimento del premio abbia un valore anche pratico. Significa soldi e potere concreto. Se a riceverlo è un’isola, o un gruppo connotato non per il suo specifico impegno e talento, ma per la sua appartenenza a un gruppo, chi e come gestirà questi soldi e questo potere? Avrei preferito la proposta di Nobel a Giusi Nicolini. Mi aveva fatto lo stesso effetto la proposta di Nobel alle donne africane, piuttosto che a una delle tante attiviste africane.

  2. Pingback: Di fronte al naufragio, ripensare i confini dell’Io e del Noi | femministerie

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