Papa Francesco e le donne

Pubblichiamo due contributi di Elisabetta Addis, comparsi alcuni giorni fa sul suo blog sull’Huffington Post, che hanno fatto discutere.

addisCaro Bergoglio, caro Scalfari, a noi, non ci riguarda!

12 settembre 2013

Già. Bella lettera, Bergoglio. Ma a me, non mi riguarda. Dice infatti che riguarda “il rapporto che Egli (Gesù) ha con Dio che è Abbà, e in questa luce al rapporto che ha con tutti gli altri uomini”. E io sono una donna.

“In lui tutti siamo chiamati a essere figli”, e io al massimo posso essere una figlia, “fratelli tra noi”, ma di sorelle, non si ha sentore. E ancora, che “l’amore e misericordia di Dio raggiungono tutti gli uomini”. Ma non le donne.

Siamo almeno trenta anni che stiamo chiedendo l’elementare rispetto che si usi un linguaggio che ci include, un linguaggio non sessista. E dato che costa ben poco, nell’epoca dei word processor, sostituire “uomo” con “essere umano” e “uomini” con “uomini e donne”, interpreto che ci sia una chiara volontà, da parte di un vecchio maschio a capo di una gerarchia di soli maschi, di farmi intendere che non è a me che si rivolge.

E detto francamente, anche Repubblica, non ci fa una bella figura. Il giorno dopo fa commentare la lettera del Papa dal maschio Scalfari, e da altri sei maschi tutti in fila (Kung, Veronesi, Bianchi, Cacciari, Forte e Di Segni), e nessuna donna. La Murgia no? La Perroni? La Bocchetti? la Cavarero? Non ci mancano le teologhe e le filosofe! Pazienza. Non ci riguarda. Si vede proprio che a noi donne, non ci riguarda.

Del resto, che la verità si trova nella relazione, le filosofe lo hanno detto ben prima di Francesco, non hanno atteso il suo l’imprimatur. E senza la relazione con le donne, tra uomini e donne, la verità di Bergoglio e di Scalfari resterà monca. Una verità celibe e infeconda.

Forse, questo dialogo non riguarda più noi, donne e uomini della contemporaneità, ma un potere e un mondo maschili che sono nel passato, e del passato. Andiamo avanti, ne abbiamo tantissime di cose più interessanti da fare e da pensare.

***

I nomi e le cose, papa Bergoglio e papa Luciani

15 settembre 2013

Ho ricevuto commenti negativi e sprezzanti al post in cui notavo che Bergoglio, nella sua lettera, non una volta sola si rivolgeva ai due sessi, ma sempre e solo a uomini; e che Repubblica rinforzava l’effetto di esclusione, facendo intervenire solo uomini-maschi e non uomini-donne nel dibattito. (Non posso dire: “facendo intervenire solo uomini” perché “uomini”, mi avete ricordato in tanti, in italiano vuol dire “uomini e donne”, e non ci si deve attaccare grettamente ai nomi).

Ma il problema non è tanto il linguaggio “politically correct”. Il problema è l’assenza delle donne nel pensiero del Papa, nella ricostruzione che egli fa di ciò che sta avvenendo alla Chiesa nella modernità. E infine, il problema è quale parte dell’eredità dei suoi predecessori intende accogliere, o invece tacitare.

Anche nell’Enciclica Lumen Fidei le donne appaiono quasi solo negli ultimi paragrafi, un “afterthought”, come se ci ricordasse, alla fine, che Maria, la madre di Gesù, non può essere omessa. Invece, per quattro volte ricorre nella lettera di Bergoglio la parola “Abbà”, e molte altre volte la parola Padre. La relazione fra Gesù e il Padre,e tra i fedeli e il Padre, è posta alla base di tutta la costruzione dell’Enciclica. Ma il concetto di “padre” ha un significato ben diverso nella mente degli esseri umani premoderni, e in quelli di oggi.

Vivevamo, noi umani, sparsi per il territorio in insediamenti di contadini e di allevatori, famiglie allargate dominate dai maschi anziani: che poi erano anziani a 40 anni. Il 70-80% lavorava in agricoltura, contro il 4% di oggi: aggrappati alla terra. Le donne erano perpetuamente incinta o col figlio al seno, in quel particolare stato mentale che oggi si riconosce gli ormoni portano alle madri. Bisognose di protezione e di risorse. Portatrici necessariamente dei valori associati al femminile: la mitezza, la pace, la mediazione, il ripudio della violenza. I padri erano davvero onnipotenti. Da loro dipendeva la vita di ciascuno e ciascuna. Un padre buono era il massimo della fortuna. Un padre violento, o incapace di provvedere, una disgrazia senza rimedio.

La modernità ha portato la maggior parte di noi a vivere in città di centinaia di migliaia di abitanti. Uomini e donne vanno a fare gli stessi lavori. La maternità in senso stretto dura i pochi anni in cui i pochi figli sono piccoli, e i padri partecipano alla loro cura. Ci sono, per fortuna, istituzioni che assicurano contro una disgrazia o una inabilità del padre a provvedere alla famiglia. Le donne hanno dimostrato che la loro performance in tutti i lavori, compresa la Cancelliera di Germania, può essere pari a quella maschile.

L’immagine di padre e madre, di uomo e donna, che è nella nostra mente non è quella di allora. Questo Abbà, che era così importante nell’economia di quel pensiero, non lo capiamo più, non lo pensiamo più, non fa presa sulle nostre emozioni. La crisi della fede, di quella fede impostata secoli fa, nasce da questo. Per parlare di fede nella modernità, per far vivere la fede oggi, bisogna farla parlare esplicitamente delle donne, alle donne, in un modo nuovo che tiene conto di come uomini e donne vivono. La mia sensazione è che il Papa non ci nomini perché non la vede in questi termini.

E perché la Madonna deve obbligatoriamente essere nominata in un’Enciclica? Ma perché Maria è un elemento cardine che distingue il Cristianesimo dalle altre religioni monoteiste. Perché il Cristianesimo ha fatto del valore speciale che dava alle donne un suo elemento caratterizzante. Leggete lo splendido Ave Mary di Michela Murgia, se aveste dubbi.

Allora, le donne erano escluse dalla vita pubblica. Delegavano i sacerdoti, ora possono parlare per se. I sacerdoti migliori, uomini con le gonne, si facevano portatori del femminile nella sfera pubblica, della mitezza, della pace. Valori cristiani. Perché il Dio dei Cristiani è anche Madre.

Papa Bergoglio, che ha fatto e detto alcune cose necessarie e egregie, come a Lampedusa, che rivendica la continuità con il Concilio Vaticano II, e la Chiesa come continuità apostolica viva, sembra purtroppo voler saltare un solo anello della catena: l’ultimo Papa italiano, che ha detto: Dio è Madre. Eppure, è solo grazie a quelle parole di Papa Luciani, che molte non hanno cessato di credere. E di sperare di essere nella Chiesa differenti, ma pari.

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