La violenza sulle donne non è un problema di ordine pubblico: serve un approccio integrato

Ecco il testo del discorso che Lunetta Savino e Giorgia Serughetti di SNOQ Factory hanno presentato questa mattina nel corso dell’audizione presso le commissioni riunite Giustizia e Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, relativa al D.L. n.93/2013 detto “decreto legge sul femminicidio”. Il contributo è stato portato in rappresentanza della posizione di 37 comitati della rete SNOQ.

Al termine dell’audizione è stato poi depositato questo testo, redatto e firmato da 37 comitati della rete SNOQ.

Buongiorno a tutte e tutti,

Portiamo questo contributo come donne del movimento Se Non Ora Quando, in rappresentanza di 37 comitati della nostra rete nazionale. Ringraziamo per l’opportunità che ci viene offerta di condividere con voi-seppure per pochi minuti-alcuni rilievi in materia di Decreto legge 93, nell’ambito di questa indagine conoscitiva.

In premessa, vogliamo richiamare il sentimento di dolore e rabbia che provocano in noi, e in tante e tanti cittadini di questo paese, le notizie quasi quotidiane di uccisioni di donne per mano di un partner, un ex compagno, un amante respinto, un familiare maschio determinato a impedire loro di vivere un’esistenza libera. E vogliamo esprimere con forza la convinzione che queste cronache chiamino lo stato all’assunzione di una responsabilità politica.

Rachida Manjoo, relatrice speciale dell’Onu per il contrasto della violenza contro le donne, definì i femminicidi e femmicidi in Italia come “crimini di stato”, tollerati dalle pubbliche istituzioni per la loro incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne. Noi vogliamo che lo Stato italiano non si renda mai più complice di queste morti.

Tuttavia, ci chiediamo e vi chiediamo: cosa significa per lo Stato assumersi questa responsabilità nella prevenzione e nel contrasto della violenza sulle donne?

Ora ci troviamo a discutere questo decreto, rinominato dalla stampa “decreto sul femminicidio”, che ha il merito di raccogliere un sentimento di crescente insofferenza diffuso tra le donne e gli uomini di questo paese verso un fenomeno che sempre meno è percepito come ineluttabile. Ha anche, nell’intenzione degli estensori, il meritorio scopo di dare attuazione ad alcune disposizioni contenute nella Convenzione di Istanbul. Ma noi non possiamo tacere la nostra forte perplessità rispetto a un atto normativo che, contraddicendo queste stesse premesse, riduce la violenza contro le donne ad un problema di ordine pubblico e, utilizzando una lente securitaria, la mette sullo stesso piano della violenza negli stadi e del furto di rame.

La violenza contro le donne riguarda la società intera, non solo gli uomini violenti. Non è nemmeno un’emergenza sociale, ma un fenomeno profondamente culturale, perché riguarda il sentimento di possesso delle donne che nel profondo degli uomini è ancora molto vivo e insospettato. La Convenzione di Istanbul, che pure è richiamata dal decreto, la definisce come “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti”, nonché come “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. E’ con questa consapevolezza che la Convenzione sviluppa un ampio capitolo relativo alla prevenzione, che non si limita affatto a misure di polizia (come per esempio l’istituto dell’ammonimento), ma include la sensibilizzazione, l’intervento educativo, la riforma dei programmi scolastici, la formazione degli operatori della scuola, dei servizi, delle forze dell’ordine, la presa in carico degli autori di violenza, nonché la regolamentazione e l’autoregolamentazione dei mass media e della pubblicità, per promuovere il rispetto e la dignità delle donne.

E’ così che anche noi intendiamo il lavoro che deve essere svolto, in profondità, sulle radici della violenza di genere. La nostra campagna “Mai più complici”, lanciata più di un anno fa e che raccolse più di 40.000 firme, andava in questa direzione, di spostamento culturale e simbolico del discorso sulla violenza contro le donne, per la prima volta si rivolgeva agli uomini, chiedendo loro di prendere la parola. Rispetto a questo, tuttavia, nel presente decreto non rileviamo alcun impegno concreto.

Perciò vi chiediamo: credete davvero che il cambiamento della mentalità di un intero paese possa prodursi solo grazie a delle aggravanti introdotte per legge?

E gli uomini condannati per reati di stupro, maltrattamento, stalking,– sempre che scontino la pena prevista – saranno uomini diversi una volta usciti, se manca completamente l’attenzione alla loro presa in carico? La cronaca è piena di casi di stalker che, appena usciti dal carcere, tornano a tormentare le loro vittime.

Allo stesso modo, riteniamo assai rischioso prevedere nuove misure come l’irrevocabilità della querela e la procedibilità d’ufficio per i casi di violenza domestica, in assenza di previsioni di intervento, né strutturali né straordinarie, per il sostegno e la promozione dei centri anti violenza su tutto il territorio nazionale, per poter accompagnare le donne nella denuncia, nella separazione dal coniuge, nella costruzione di nuovi percorsi di vita.

E anche nei casi di allontanamento d’urgenza del violento dall’abitazione familiare, una misura che ci trova del tutto favorevoli, chi proteggerà la donna da partner o ex disposti a tutto pur di conservare il possesso di lei? Dove andranno gli uomini allontanati? Saranno in qualche modo affidati ai servizi?

In realtà, crediamo di poter affermare che ciò che ha impedito a molte vittime di sfuggire ai loro assassini non siano stati né vuoti normativi né pene inadeguate, ma la mancata applicazione della normativa esistente. Come commentare altrimenti il caso di Rosy Bonanno, per non menzionarne che uno solo, una donna di 25 anni che a Palermo aveva denunciato 6 volte l’ex compagno, per stalking e per violenza sessuale, prima di venire uccisa a coltellate davanti al figlioletto di 2 anni?

Non possiamo poi tacere la convinzione che un serio ed efficace intervento pubblico sulla violenza di genere debba essere svolto in stretto coordinamento con altri fronti, come la riduzione dei tempi dei processi e il potenziamento delle possibilità occupazionali, che renda le donne più indipendenti e meno ricattabili.

Per quanto riguarda, infine, le donne straniere, siamo convinte che sia positiva l’introduzione del permesso di soggiorno per protezione sociale (ex art. 18 del testo unico sull’immigrazione) anche per i casi di violenza domestica. Tuttavia, rileviamo come manchino specifiche garanzie rispetto agli interventi di protezione prolungata e sostegno all’autodeterminazione e integrazione sociale, in mancanza di un convinto finanziamento ai centri antiviolenza che delle donne straniere dovrebbero naturalmente occuparsi. Con il rischio che le vittime ricadano sotto la ordinaria disciplina per l’accoglienza, in sé già piena di lacune e del tutto inadeguata, rivolta ai migranti destinatari di permessi per motivi umanitari.

In sintesi, chiediamo alle Commissioni riunite di esaminare il testo alla luce di un approccio ampio di intervento integrato sul fenomeno.

Nello specifico, riteniamo imprescindibile almeno prevedere all’articolo 5 uno stanziamento economico adeguato per le misure enumerate nel Piano d’Azione Straordinario. Oltre al rifinanziamento del Piano Nazionale Antiviolenza, con specifiche voci di spesa per la rete dei centri antiviolenza.

Le risorse, per quanto limitate, si possono trovare, a partire dai fondi europei spesso inadeguatamente spesi e ritornati negli anni scandalosamente alla fonte.

Infine, riteniamo indispensabile tracciare, insieme all’associazionismo di settore e ai rappresentanti della scuola, della sanità, dei servizi sociali, delle forze dell’ordine, della magistratura, un percorso che conduca al più presto all’approvazione di un Testo Unico contro la violenza sulle donne che, partendo dalla Convenzione di Istanbul, dalle leggi esistenti e dalle numerose proposte di legge già presentate, come quelle sull’educazione sentimentale, affronti il problema complessivamente, con una serie di interventi combinati sul piano culturale, educativo, formativo ed economico-finanziario.

I COMITATI SE NON ORA QUANDO

SNOQ FACTORY

SNOQ TIGULLIO

SNOQ CITTADELLA

SNOQ SANITA’

SNOQ VENEZIA

SNOQ NAPOLI

SNOQ ANCONA 13 FEBBRAIO

SNOQ TORINO

SNOQ ROMA

SNOQ SAN DONA’

SNOQ BOLZANO AA EIZ

SNOQ LODI

SNOQ LOMBARDIA

SNOQ FIRENZE

SNOQ CERVETERI

SNOQ SAN BENEDETTO DEL TRONTO

RETE DONNE SNOQ CREMONA

SNOQ SALERNO

SNOQ LIVORNO

SNOQ PORDENONE

SNOQ TERAMO

SNOQ OSIMO

SNOQ REGGIO CALABRIA

SNOQ UDINE

SNOQ CAVA DE’ TIRRENI

SNOQ CAGLIARI

SNOQ MASSA

SNOQ VALLO DI DIANO

SNOQ CUNEO

SNOQ PISA

SNOQ CHIETI

SNOQ SAPRI

SNOQ PULSANO

SNOQ MANTOVA

SNOQ PIOLTELLO

SNOQ CESANO MADERNO

SNOQ LA SPEZIA

Roma, 10 settembre 2013

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3 pensieri su “La violenza sulle donne non è un problema di ordine pubblico: serve un approccio integrato

  1. Pingback: Audizioni sul DL detto “decreto legge sul femminicidio” | Titti di Salvo

  2. Buongiorno, e ben trovate sorelline. Siete le mie porta voce. Io sono la pratica voi la teoria. Per una me è “facile” pensare le cose che avete scritto perché arrivano dal “difficile” passato. Ver voi è bravura perché arrivano dal senso di umanità ed intelligenza. Cosa posso dirvi se non che sono come sempre d’accordo con voi e che tutte appassionatamente aspettiamo il verdetto finale. Aspettiamo il giusto riconoscimento a noi come esseri umani di pari valore. Grazie e a presto. La vostra Daniela.

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