Alma Shalabayeva. L’asilo, la cattura e una domanda: “Che cos’è uno Stato?”

di Giorgia Serughetti

giorgia_serughetti_3Il 30 giugno la notizia di “due rifugiate politiche espulse per errore” non era che un trafiletto nelle pagine di cronaca. O almeno, io l’ho scoperta così, da un articolo sul Gazzettino. Mi ha colpito fin dal tweet che lo segnalava, di @ZeroViolenza. E ho letto e riletto quelle 1000 battute. Qualcosa strideva visibilmente.

Innanzitutto l’ambientazione dell’operazione di polizia che ha portato al sequestro e all’espulsione: Casal Palocco, zona di ville, giardini e piscine sulla strada che conduce al mare. Lontana (soprattutto socialmente) dalle zone di Roma abitate e frequentate da migranti e richiedenti asilo. Si faceva chiaro tra le righe che Alma Shalabayeva doveva essere una figura di rifugiata o richiedente asilo (così era presentata) non comune.

Ma cosa mai poteva avere commesso lei, kazaka, madre di una bambina di 6 anni, per dover essere stanata nel cuore della notte e rimandata nel suo paese con un’operazione lampo, portata a termine in 36 ore? Poche righe sotto Alma era definita “la moglie del dissidente politico ed ex banchiere kazako Mukhtar Ablyazov”, uno dei principali oppositori del presidente Nazarbaev. Ecco la chiave. Ma allora l’altissima rilevanza politica della notizia, che conteneva una violazione eclatante delle convenzioni internazionali, faceva decisamente a pugni con la discreta irrilevanza del posto che occupava nell’agenda delle notizie.

Il 28 giugno i giornali celebravano i successi del premier Letta negli accordi per il transito del gas caucasico attraverso la rotta adriatica. E forse non c’entra niente, ma qualcosa sembrava suggerire un quadro più complicato, di cui la donna e la bambina non erano che pedine. Diversi giorni dopo il caso ha trovato tutto lo spazio che meritava nella stampa e nel dibattito pubblico. Si è denunciata la mancata protezione di persone a rischio di persecuzione, carcerazione e tortura, l’ingerenza dell’Ambasciata kazaka, si sono chieste le teste dei responsabili, a partire dal ministro dell’Interno. Molti hanno evidenziato un possibile legame con gli interessi di grossi gruppi nazionali del settore energetico.

Non è chiaro ancora come andrà a finire il “pasticciaccio kazako”. Ma Alma e Alua sono là, nel paese da cui sono fuggite, dove la loro sicurezza, la loro vita, è in pericolo.

E a me torna in mente l’etimologia di asilo:

“La parola asilo deriva dal latino asylum, a sua volta traslato dal greco άσυλον (asulon) ιερόν (ieron, tempio), che significa propriamente ‘tempio dove non c’è diritto di cattura (συλη)’. […] L’asilo è dunque sicuro, poiché previene l’intervento di terzi, essendo un ricovero protettivo” (Calloni-Marras-Serughetti, Chiedo Asilo, UBE 2012).

La civiltà di un paese e la legittimità di uno Stato si misurano da tante cose. Ma un paese che non sa farsi “tempio”, recinto sicuro contro il pericolo della cattura, dell’imprigionamento, della tortura per donne e uomini in fuga da persecuzioni, mostra crepe troppo profonde del sistema dei diritti per poterle nascondere sotto un sottile strato di calce, come quello che i responsabili dell’avvenuto stanno provando a stendere. Perché le crepe mostrano che l’edificio della democrazia è a rischio di crollo.

Io non so perché – come si legge dalle carte sventolate in queste ore – Alma Shalabayeva non abbia presentato domanda d’asilo nei mesi in cui stava in Italia e nelle ore in cui è stata trattenuta in Questura e al CIE di Ponte Galeria. Le ragioni, oltre all’impressionante rapidità dell’operazione e alla probabile incapacità dei suoi legali, possono essere le più diverse. Ma che un aereo messo a disposizione dalle autorità kazake abbia potuto caricare la donna, di cui erano note l’identità e la situazione, e farla sparire nel giro di un giorno – il tempo che un “semplice” straniero in Italia impiega normalmente per smaltire la coda dell’ufficio immigrazione – che questo sia avvenuto con l’attivissima collaborazione della polizia italiana non solo ci indigna, ma ci porta fino a chiederci: che cos’è uno Stato?

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