Cat Power: una lezione artistica e di vita

di Francesca Comencini

ComenciniFrancesca450FandangoIeri. 8 Luglio. Cat Power a Roma. Cavea dell’Auditorium. Ho preso i biglietti da mesi. Uno per me, uno per mia figlia Camille. La mia amica Carlotta li ha presi per conto suo. L’altro mio figlio, Carlo, pure. Andiamo insieme ma in ordine sparso. Una combriccola insolita, geografia della mia anima. Le mie amiche, i miei figli.

E’ stato Carlo per primo a farmi ascoltare una canzone di Cat Power, mi pare fosse “Lived in bars”. Ne ho usata un’altra, “Where is my love”, in un mio film, “Lo spazio bianco”. La canticchio ormai ogni volta che cerco qualcosa, non solo il mio amore, ma anche la borsa, le chiavi, gli occhiali, una risposta.

Ho sempre in mente il suono della sua voce gattesca, in cui la dolcezza si mischia al dolore. Sempre. Il pomeriggio piove. Come ogni giorno. Ormai a Roma alle 4 arriva la tempesta. Ho paura che il concerto possa saltare. Questi temporali pomeridiani mettono a dura prova i miei nervi. Arriviamo all’Auditorium che ha spiovuto, ma tutto è fracico, come ci dice un ragazzo all’entrata . Ci tengono fuori più del previsto. Evidentemente hanno avuto problemi con il sound check. Il concerto inizia in ritardo. Cat Power entra in scena zoppicando. E’ un’altra persona. Danneggiata. E non fa niente per nasconderlo. La voce no, la voce è quella di sempre, stupenda, maestra. Fin dall’inizio si capisce che ci sono problemi tecnici. Lei è scontenta, fa segni fuori scena mentre canta, chiama il fonico di continuo, chiede che si regolino i volumi. In effetti il suono fa schifo.

Anche tu sei cambiata, Cat. Ma noi non vogliamo accorgercene. A noi non importa. Per noi sei quella di sempre. Devi esserlo. Canta, Chan, suona, canta lo stesso, per favore. Dacci in pasto la tua litanìa, siamo pronti a berla anche sfocata, anche distorta. Siamo pronti a stare seduti ad ascoltarti e a applaudire educatamente. Anche se la magìa non c’è. Siamo pronti a fare finta. Ma lei no, lei si incazza, non ci sta. Non vuole più cantare, dice che tutto fa schifo, si scusa, maledice, impreca, dice che questo suono le spezza il cuore, che non vuole offrirci qualcosa di scadente. Se ne va.

Poi torna. Hanno regolato qualcosa. Il tastierista è rimasto sul palco tutto il tempo della sua assenza, ha suonato, come se niente fosse. Lei fuma. Ricomincia. Noi ci alziamo dalle nostre fottute sedie, ci stringiamo in piedi intorno al palco. Lei attacca “Metal heart”. Il concerto, quello vero, inizia.

Non che il suono sia molto migliorato. Almeno io non me ne intendo abbastanza per notare la differenza. Ma lei ha detto così non va. Il suono fa schifo qui, e io non sono quella di sempre. Dovete vedere quello che c’è davanti a voi. Qui e ora. Sono un essere acciaccato, vulnerabile. Invecchio. Zoppico.  Come voi. Non faccio performances. Non sono affatto performante. Sono un’ artista. Casomai faccio un happening.  Faccio succedere qualcosa. E qualcosa è successo. La delusione. La frustrazione. La differenza dall’idea che ci siamo fatti di lei. La realtà. Non sono una cosa. Sono viva. Né meglio, né peggio, ma questo sono, quello è ciò che posso darvi. E il suo concerto, la sua musica, la sua voce, diventano davvero vivi, forti. Rock. Grandissima lezione, Cat. Artistica e di vita. Grazie.

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Foto di Carlotta Cerquetti

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